TEOLOGIA MORALE
La sfida delle neuroscienze (e come vincerla)

L’ascesa delle neuroscienze negli ultimi decenni è stata così rapida e inarrestabile che ha provocato la nascita, agli inizi degli anni Duemila, di una nuova disciplina filosofica chiamata con il suggestivo nome di neuroetica.

solita moda per cui basta aggiungere un neuro- per sentirsi filosofi al passo coi tempi (c’è anche una neuro-mania!). Dall’altro lato c’è invece chi, entusiasticamente, saluta l’inizio di tempi nuovi in cui la conoscenza e la vita umana in generale non potranno che trarne benefici (senza risparmiare l’immancabile accusa di neuro-fobia a chi avesse qualche dubbio in proposito).

Per inquadrare meglio la questione può essere utile far nostra la divisione della neuroetica in «etica delle neuroscienze» e «neuroscienze dell’etica».

L’etica delle neuroscienze non sarebbe altro che un sottodominio della bioetica, interessandosi dei risvolti etici della professione del neuroscienziato, per cui eventuali novità sarebbero da ascrivere soprattutto all’introduzione di nuove tecniche d’indagine e di cura.

Probabilmente è però il secondo settore a essere quello più carico di conseguenze a livello filosofico e teologico. Le neuroscienze dell’etica andrebbero oltre, infatti, il discorso etico in senso stretto e consisterebbero nell’assumere una prospettiva che guardi ai fondamenti stessi del ragionamento morale, scandagliando le radici stesse dell’agire a partire dalle sue basi materiali.

Lo strano caso di Phineas Gage

Per capire le implicazioni in gioco può essere utile un esempio. Emblematico è il caso ormai classico di Phineas Gage, tranviere statunitense della seconda metà dell’Ottocento, che è stato ampiamente studiato grazie alla buona documentazione storica e clinica.

Gage era impiegato in un’impresa di costruzioni ferroviarie e stava lavorando alla realizzazione di una nuova linea quando, per un incidente, una sbarra metallica scagliata da un’esplosione gli trapassò il cranio perforandolo dal basso. Nonostante la grave lesione egli sopravvisse e, anzi, si riprese in tempi sorprendentemente rapidi.

Ciò che davvero non era prevedibile, però, era che l’incidente avesse intaccato l’«anima» del malcapitato: nonostante danni fisici tutto sommato limitati, Gage cambiò radicalmente personalità, passando da lavoratore modello e stacanovista a irascibile perditempo incapace di mantenere un qualsiasi impiego per più di qualche mese. Studi effettuati sul suo cranio dopo la morte (occorsa pochi anni dopo l’incidente) hanno legato il cambio di personalità alla lesione della corteccia prefrontale, associata principalmente al pensiero astratto e al controllo emotivo.

Può la teologia morale inserirsi in questo discorso, senza lasciarsi fagocitare da prospettive estranee al suo metodo? La provocazione è forte, poiché, al di là di come la si pensi, «guardare dentro» il cervello è un po’ come andare alle sorgenti di ciò che la tradizione cristiana ha chiamato «anima».

Il prezzo da pagare

La teologia morale può certamente contribuire alla discussione neuroetica mostrando tutta l’altezza della vocazione umana e aiutando a correggere la riflessione sui dati scientifici, nel caso in cui questa rischiasse di mettere in oblio alcune prerogative fondamentali dell’essere umano.

La vera sfida è però quella di proporre in modo argomentato un sapere fondato sulla fede, che sia in grado di sostenere le proposte culturali provenienti da ambiti anche molto distanti dalla propria prospettiva.

Il prezzo da pagare è quello di essere disposti a ripensare a fondo le proprie categorie d’indagine, in particolare lasciandosi alle spalle gli ultimi residui di un dualismo antropologico che ormai appare sempre meno difendibile, sembrando comunque altrettanto evidente che la tradizione teologica offra risorse in abbondanza per questo rinnovamento.

In definitiva, il teologo morale è chiamato a essere, se vogliamo, come quello scriba che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.

Andrea Pizzichini

Giornalista

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