Purtroppo, il clima culturale nel quale viviamo già da tempo ci ha posti in un atteggiamento di preoccupata veglia, a domandarci non se ma quando toccherà a noi. A mio marito, originario della Repubblica democratica del Congo, sono già capitati episodi spiacevoli, specie negli ultimi due anni, ma lui è adulto, istruito, pacato e sa come difendersi, con educazione e determinazione.

Forse «dovrei cambiare mestiere» – mi son detta, al termine di una settimana estenuante –. Io che amo il giornalismo e lo considero una vocazione, mi sono resa conto di quanto possa essere pesante trovarsi dall’altra parte. Assillati, inseguiti, col telefono in ebollizione e le pressioni di chi a tutti i costi vuole la tua voce, la tua dichiarazione, la tua presenza in video.

Magari servisse a proporre un ragionamento pacato! Ma no, quasi sempre si tratta di gettarsi nell’agone e misurarsi con chi alza di più la voce, rischiando di prestare il fianco a strumentalizzazioni d’ogni genere.

No, grazie. Anche ora che il ciclone si è placato, scriverne mi costa. Lo faccio solo per la fiducia che nutro nella redazione de Il Regno e nei suoi lettori.

È nato tutto a bordo campo, in una delle tante partite che i nostri tre figli maschi giocano ogni settimana, con mio marito che corre su e giù per la Brianza a prenderli e portarli. Una routine interrotta da un grido, da un insulto insulso rivolto contro il nostro figlio di mezzo, alla vigilia del suo decimo compleanno. Io non c’ero. Al rientro, mi raccontano quanto è accaduto. Sono allibita.

Non sorpresa dal fatto in sé, che temevo, ma allibita che l’insulto razzista sia venuto da un adulto. Da una mamma. Contro un bambino che ha la stessa età di suo figlio. Purtroppo, il clima culturale nel quale viviamo già da tempo ci ha posti in un atteggiamento di preoccupata veglia, a domandarci non se ma quando toccherà a noi. A mio marito, originario della Repubblica democratica del Congo, sono già capitati episodi spiacevoli, specie negli ultimi due anni, ma lui è adulto, istruito, pacato e sa come difendersi, con educazione e determinazione.

Non mi preoccupo per lui, se non del rischio di violenza fisica. Per i nostri figli è diverso. Finora erano stati risparmiati. Ma sentivo una spada di Damocle sulla testa. Poi è toccato a noi. Ed è cambiato tutto.

Non tacere. Questo l’ho avuto chiaro da subito. Senza rivendicazioni o toni urlati, che non ci si confanno. Ma tacere no. Non serve a nessuno. Non alla signora che avrebbe continuato impunemente a gridare da bordo campo. Non alle società e all’ambiente del calcio dilettantistico, corroso come quello dei massimi campionati dallo stesso cancro invisibile che si sta mangiando il nostro bel paese.

 

Quale vivere civile

Né tantomeno a nostro figlio, al quale avremmo potuto semplicemente dire: «Non prendertela, quella signora è solo ignorante» e far finta di nulla. Ma che messaggio gli avremmo passato? Quello che davanti ai soprusi si tace? Si abbassa la testa? Si fa finta di nulla? Magari col rischio – a quell’età così delicata – che introietti un messaggio negativo sulla propria identità o sul mondo in cui vive, da subire con rassegnazione? No. Questo lo abbiamo avuto chiaro da subito. Tacere mai. Senza alzare i toni, ma senza nemmeno abbassare la testa.

Nessuno poteva però prevedere quello che si sarebbe scatenato dopo. La concomitanza con altri fatti di cronaca più gravi ha rilanciato la nostra denuncia (portata avanti con coraggio dalla società di calcio nella quale giocano i nostri tre figli) in maniera inaspettata. Ed è stata la prova più dura: quali decisioni prendere? Come calibrarne le conseguenze, gli effetti a breve e lungo termine?

Ho sempre portato avanti le battaglie in cui credo mettendoci la faccia. Ma quando ti trovi a dover decidere non sulla tua pelle ma, letteralmente, su quella di tuo figlio, la prospettiva cambia. Dubbi, consigli non richiesti, pressioni, commenti ingenerosi, accuse, un turbinio di pensieri ed emozioni nel quale districarsi.

Ma anche tanti, tantissimi messaggi d’affetto, abbracci e sorrisi da chi non te lo aspetti, tante voci che in privato ci hanno raccontato come anche a loro fossero capitati episodi simili, genitori adottivi o coppie miste come la nostra, tutti preoccupati per i propri figli, che ci hanno ringraziato, i compagni di nostro figlio che gli fanno quadrato attorno, e poi la società che promuove, per il sabato successivo, un weekend antirazzista, tutti in campo con due righe nere sul volto, a dire che siamo tutti uguali e il colore della pelle non conta.

E mentre per l’ennesima volta ti domandi se hai fatto la scelta giusta o se tutto quel clamore a fin di bene non avrà ripercussioni sui tuoi figli, ecco che arriva lui, con la saggezza dei suoi (quasi) dieci anni e ti dice: «Vedi, mamma? Da una cosa brutta è nata una cosa bella!».

Una grande lezione, di quelle che solo i bambini sanno darti: dal male si può e si deve trarre il bene. Ma per farlo, il male (piccolo o grande che sia) va guardato negli occhi e chiamato col suo nome.

Allora, fermiamoci un attimo a riflettere. Se una mamma si sente in diritto d’insultare un bambino per il colore della sua pelle, allora qualcosa si è rotto, nella nostra società. Non voglio dire che sia un punto di non ritorno. Ma un campanello d’allarme sì.

Fermiamoci. Ridiscutiamo le regole del nostro vivere civile. Tutti. Abbassiamo i toni. È lecito avere opinioni diverse. Magari accalorarsi. Ma insultarsi no. Mai. E quando non ci si ferma più nemmeno davanti a un bambino, siamo su una soglia pericolosa. Che nuoce e nuocerà a tutti, non solo a una parte. Vivere in un clima così invelenito non fa bene a nessuno. Fermiamoci, fin che siamo in tempo.

Giusy Baioni

Giornalista

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