C’è chi l’ha definita una svolta «epocale» (Scicluna), chi una «leggera correzione» della normativa precedente (Arrieta). Comunicativamente parlando il rescritto reso noto il 17 dicembre con cui si promulga l’istruzione sulla riservatezza delle cause ha fatto titoli da prima pagina, raccogliendo in particolare il plauso delle vittime della pedofilia clericale.

In sostanza viene abolito il «segreto pontificio» sotto il quale ricadevano i delitti o relativi alla violenza sessuale commessa da chierici su minori, persone vulnerabili o affidate alla loro cura pastorale o relativi alla cattiva gestione dei casi da parte dei vescovi o dei superiori generali. Che cosa significa?

Innanzitutto, che la Santa Sede alle rogatorie internazionali potrà (dovrà) rispondere inviando la documentazione che volta a volta viene richiesta, ora non più vincolata da questa restrizione; poi, che il vescovo diocesano potrà (dovrà), secondo i regimi giuridici in vigore in ogni stato, collaborare ancor di più con le autorità civili che si occupano dei diversi casi; inoltre – particolare non secondario – che la vittima potrà conoscere l’esito del processo canonico che riguarda il proprio carnefice. Ma non solo: anche le comunità, interessate dall’azione pastorale di persone ritenute colpevoli, potranno (dovranno) così conoscere i loro nomi per far sì che non nuocciano anche in futuro. Questa è la prima notizia.

Annunciare, proprio il giorno del compleanno del papa, che si elimina un «segreto» e per di più «pontificio» è dare un colpo al mito di una Chiesa istituzionale, arroccata e aggrappata alla difesa di se stessa e dei propri a tutti i costi. E il merito va tutto a papa Bergoglio. Abolire questa «riserva» significa dimostrare che l’istituzione non teme la verità, qualunque essa sia. Su questo Francesco ha tenuto il punto sin dall’inizio del pontificato, anche a costo di qualche retromarcia.

Tuttavia non si deve immaginare che il provvedimento renda di pubblico dominio gli atti dei diversi procedimenti: il segreto d’ufficio e in generale la discrezione che salvaguarda il buon nome delle parti coinvolte rimane, così come rimane il segreto legato alla confessione che, anzi, ne esce rafforzato, perché il segreto non crea alibi o zone grigie dove si rischia di confondere il campo della coscienza del credente con quello del dibattimento processuale.

Né si deve immaginare che questo modifichi in qualche modo l’annosa questione dell’obbligo di denuncia in capo all’autorità ecclesiastica verso quella civile. In particolare per l’Italia, l’obbligo è infatti solo di tipo «morale», come ribadiscono le nuove linee guida della CEI approvato lo scorso 28 giugno (Regno-doc. 15,2019,509; cf. Regno-att. 14, 2019,395).

La seconda notizia, meno eclatante della prima è costituita da due modifiche: l’innalzamento a 18 anni dell’età in base alla quale anche i reati relativi al possesso e al traffico di materiale pedopornografico ricadono nei delicta graviora di competenza della Congregazione per la dottrina della fede (CDF; prima era 14 anni); e il fatto che anche laici potranno ricoprire nei procedimenti canonici il ruolo di avvocato e di procuratore.

Tutto questo non è un fulmine a ciel sereno, ma viene come logica continuazione del summit del febbraio scorso che ha radunato in Vaticano tutti i presidenti delle conferenze episcopali proprio per dare una svolta a come tutta la Chiesa affronta la questione delle violenze e degli abusi sui minori e non solo su di loro. Alla «trasparenza» era proprio dedicata una sessione di lavoro e in proposito mons. C. Scicluna, attuale segretario aggiunto della CDF, disse intervistato dal Regno che pur non «in tempi stretti» vedrà la luce uno studio con i dati aggregati su tutti i casi trattati dalla Congregazione.

L’eliminazione del segreto pontificio darà sicuramente un impulso anche a questo studio. Che farà sì che saranno finalmente rese note delle cifre – facciamo un esempio – paese per paese, e, in specifico, anche per l’Italia.

Forse questa è la terza notizia.

 

Maria Elisabetta Gandolfi

Giornalista

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