Difficile, in questo periodo di Avvento, sfuggire agli inquietanti «mercatini di Natale». Non vi è una sola città in tutta la Francia che scampi a questa epidemia. A parte Strasburgo, dove la forza della tradizione ha ancora un suo fascino, eccoci condannati a vagare nei centri storici delle città fra bancarelle in legno che vogliono sembrare degli chalet (ma cosa c’entrano con la nascita di un uomo in Medio Oriente duemila anni fa?), dando stanche occhiate a scaffali pieni di gingilli inutili, made in China, mentre mangiamo una rossissima mela caramellata.

Non parliamo poi della musica: si sente solo Jingle Bells, non c’è verso che qualcuno metta qualche cantico medievale. Presto, tra la fitta folla, l’odore di vin brulè e cannella diventa insopportabile, a meno che non se ne beviamo a nostra volta per dimenticare: dimenticare il Natale del nostro tempo, con i suoi lustrini, gli alberelli e la musica sdolcinata, ma senza la stella né la mangiatoia. Dimenticare questo Natale senza Natale…

 

Papa Francesco. Tirandomi fuori a fatica da uno di questi mercati di una grande città dell’Occidente, mi sono messa a pensare con un filo di nostalgia a Greccio, paese scavato nella roccia, arroccato sui contrafforti dei monti Sabini e prospicente la piana di Rieti. È qui, secondo la tradizione, che Francesco d’Assisi, nel 1223, ha «inventato» il primo presepe natalizio. L’idea era quella di scoraggiare i pellegrini che in pieno inverno si avventuravano fino a Betlemme. Di spiegare loro che potevano ugualmente festeggiare la venuta di Cristo qui, sulle pendici del monte Lacerone.

Come ha sottolineato papa Francesco all’inizio di dicembre, tale gesto del santo di Assisi, in un piccolo e povero paese di montagna, battuto dai venti, isolato, aveva in sé qualcosa di terribilmente profetico. Era il modo per far sentire a tutto il popolo che anch’esso era «coinvolto nella storia della salvezza, contemporaneo dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali». Non serviva allora andare fino a Betlemme: tutto ciò accade qui e ora! Come ha scritto il filosofo ateo Alain, in un suo bellissimo testo, «davanti al bambino, non c’è nessun dubbio. Guardate il bambino. Questa debolezza è Dio. Questa debolezza che ha bisogno di tutto è Dio. Questo essere, che smetterebbe di esistere senza le nostre cure, è Dio».

 

Dov’è il bambino? Dov’è il bambino, in questi falsi «mercatini di Natale»? Laïcité oblige: non si può certo piazzare un presepe in mezzo alle bancarelle. Senza dubbio, bisogna cercarlo altrove. In quell’ospedale parigino che, la scorsa settimana, ha dovuto, per mancanza di posti, tenere fuori una decina di giovani madri senza tetto che vi cercavano rifugio insieme ai loro bambini. E nelle maternità delle nostre grandi città, sovraffollate di donne che dormono rannicchiate nei loro corridoi. O semplicemente nelle nostre strade, dove sono sempre più numerosi i parti: 146 quest’anno, così che alle associazioni caritative tocca distribuire delle culle. Si tratta di presepi poco estetici: di bambini mocciosi, di mamme povere, sporche, puzzolenti, intirizzite. Presepi che non fanno venire nessuna voglia di fermarsi ad ammirare, e neppure di commuoversi. Se mai di voltarsi dall’altra parte, con un certo fastidio.

 

Presepi scandalosi. Quei presepi sono scandalosi. Testimoniano, in modo violento, la miseria e l’esclusione. Ci parlano di un vuoto, ribaltano le nostre prospettive, ci ricordano i più poveri, i dimenticati. Questi presepi sono terribili, ma veri: a loro modo, anch’essi ci dicono che siamo coinvolti nella storia della salvezza. Qui e ora.

 

 

Dal blog «Une foi par semaine» che Isabelle de Gaulmyn tiene sul sito del quotidiano La Croix, del quale è caporedattrice.

Isabelle de Gaulmyn

Giornalista

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