La Corte d’Assise di Milano lo scorso 23 dicembre ha assolto Marco Cappato, storico esponente milanese del movimento Radicale, imputato per aiuto al suicidio.

Fu lui stesso ad autodenunciarsi dopo aver accompagnato Fabiano Antoniani, 40enne milanese conosciuto con il nome d’arte di Dj Fabo, rimasto completamente cieco e tetraplegico in seguito a un grave incidente stradale, a morire in una clinica svizzera specializzata nell’aiuto al suicidio.

In un’intervista a Repubblica il 28 dicembre Cappato ha ripercorso le tappe della vicenda giudiziaria e ha ammesso: «È stata lunga e dura e non è certo finita. Mi hanno dato dell’assassino, mi hanno paragonato a Caronte. Dicevano che godevo a convincerli a morire per mettermi in mostra. Calunnie più o meno stupide, più o meno insidiose. Ma a poco a poco tutti hanno capito. E ora mi scrivono anche i preti per ringraziarmi».

Sul tema del fine vita l’ultimo numero di Regno Attualità ospita un commento di Luciano Eusebi alla sentenza n. 242/2019 con la quale la Corte costituzionale «ha reso operativo un ambito di cooperazione non punibile all’intento del malato di darsi la morte, confermando l’indirizzo espresso nell’ordinanza n. 207/ 2018, con cui aveva sollecitato il Parlamento a legiferare – cosa non avvenuta – in conformità ai criteri in essa indicati. La Corte, che dunque aveva già scelto di compiere simile passaggio, ora lo attua precisandone alcuni presupposti: che rispondono, parrebbe, a un intervenuto proposito delimitativo, ma la cui incidenza pratica resta incerta».

Nell’articolo vengono avanzate anche alcune perplessità sulle scelte operate dalla Corte costituzionale. «Desta perplessità – scrive Eusebi – la proporzionalità asserita tra l’intento di garantire una morte subitanea al paziente il quale, interrotte terapie di sostegno vitale, concluderebbe comunque in brevissimo tempo la sua vita con ogni premura per la sua persona e nella totale assenza di sofferenze (grazie alla terapia del dolore o, se necessario, alla sedazione palliativa profonda) e l’apertura dell’ordinamento giuridico a contesti di cooperazione alla morte: così che la morte, per la prima volta, ne risulta configurata come una risposta plausibile ai problemi di un essere umano (con le parole utilizzate, del pari in senso critico, dalla Federazione degli Ordini dei medici, come “un alleato” che possa “risolvere le sofferenze di una persona”)».

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