Complici le festività natalizie e il tono meno polemicamente diretto nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, e delle «piaghe della Chiesa», il discorso di papa Francesco alla curia romana, del 21 dicembre 2019, è passato quasi sotto silenzio. Rappresenta uno dei testi più importanti, non solo sul tema della riforma della curia, qui affrontato per la prima volta in modo sistematico dal papa (e che a questo punto non tarderà ad arrivare), ma per le premesse. Due in particolare le sottolineature: il significato profondo del cambiamento e, legato a questo, la fine del regime di cristianità.

Il tema del cambiamento, del «cambio d’epoca», più volte ricordato da papa Francesco, è qui ricondotto alla sua radicalità: «Siamo in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza». È il tema che Giovanni XXIII aveva posto chiaramente nel discorso di apertura del Concilio: come aggiornare la nostra comprensione e la nostra testimonianza al Vangelo.

Qui Francesco lo riprende con le parole dell’intervista programmatica a La Civiltà cattolica, rilasciata nel 2013: «Dio si manifesta in una rivelazione storica, nel tempo. Il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza. Dio si trova nel tempo, nei processi in corso. Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi, più che occupare spazi. Dio si manifesta nel tempo ed è presente nei processi della storia. Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa». Papa Francesco introduce qui il tema del rapporto tra verità e interpretazione all’interno della categoria temporale. Il Vangelo non si aggiorna, non si adegua, il che lo renderebbe una figura subalterna. Ma rimane vero, ed è questa la sfida della libertà e della responsabilità della testimonianza cristiana: che la verità che professiamo è sempre nella forma della sua dicibilità.

Il secondo elemento che ribadisce da altro punto di vista la storicità della testimonianza è l’affermazione della fine della cristianità. Questa dinamica storica, in essere da tempo, pone nuovamente la questione dell’annuncio del Vangelo in un mondo radicalmente trasformato.

Dice Francesco: «Non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».

Qui è il ritardo, qui l’afasia di una Chiesa che immagina di essere ancora egemone o alla guida della società. Papa Francesco lo ha compreso. Per questo anche nella riforma della curia propone la centralità del Vangelo e la comprensione storica dei cambiamenti d’epoca.

 

Questo post è un’anticipazione del commento al discorso di papa Francesco alla curia romana che uscirà sul n. 2 – gennaio 2020 – di Regno-Attualità.

Gianfranco Brunelli

direttore de “il regno”

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