Con il mistero dell’Epifania si realizza anche la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato la prima domenica di Avvento: «Poiché da Sion uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del Signore» (Is 2,5).

Ma conviene procedere con ordine, un passo dopo l’altro.

Matteo ci racconta la venuta dei magi non con lo stile del cronista, ma con la costante attenzione ai simboli e alle profezie. Ci sono infatti nel racconto coppie di termini o singole parole significative, che fanno capire quale sia la chiave di lettura del racconto stesso.

Egli non ci dice quanti siano questi misteriosi personaggi che provengono da un generico «Oriente». Per Matteo sono magoi, e che vengano dall’Oriente è confermato dai termini proskyunesai (2,2) e prosekynesan (2,11), che indicano una pratica disprezzata sia dai greci sia dagli ebrei. Era la prostrazione, di cui parla – appunto con disprezzo – Erodoto, e che si faceva «accucciati come cani» di fronte al re. Come tale era considerata offensiva sia della dignità del libero cittadino della polis, sia di quella di un membro del popolo di Israele che si considera servo solo del Signore.

I magi, studiando i cieli, hanno visto una stella o una costellazione che considerano indicatrice della nascita di un grande personaggio e si mettono in viaggio per cercarlo.

Dunque sanno leggere la realtà della creazione e sanno tener conto dei segnali che intravvedono. La stella poi funziona dapprima come una bussola, a un certo punto scompare, e quando riappare si ferma su una casa e sul bambino. È dunque un segno indicativo di lui più che per loro, infatti dopo aver saputo alla corte di Erode che il bambino è nato a Betlemme i magi sanno che direzione prendere e la stella-bussola non è più necessaria se non per fermarsi sulla meta del viaggio. Questa meta è una «casa» – dunque niente grotte o stalle – dove trovano il bambino e sua madre (cf. 2,11).

Di Giuseppe neppure un cenno. Non è qui il caso di soffermarsi in dettaglio sulle svariate imprecisioni storiche di Matteo o sul fatto che sarebbe inutile cercare di capire quale sia la stella, che ha semmai un valore simbolico, ma notiamo che durante la sosta a Gerusalemme Erode ha interrogato con pignoleria (ekribosen, 2,7) i magi stessi e ha consultato sommi sacerdoti e scribi. Chiede ai magi altrettanta accuratezza (akribos, 2,8) nel riferirgli dove si trovi il bambino. Al bambino poi, oltre alla stella che rimanda alla profezia di Balaʿam, straniero come gli stessi magi (cf. Nm 24,17), è attribuito un titolo singolare: «il re dei Giudei» (2,2). Il titolo sarebbe piuttosto «il re di Giuda». Quello usato dai magi fa pensare invece al titulum crucis, anticipando quale sia la tremenda regalità a cui il bambino è destinato.

Tra citazioni esplicite e non, allusioni ed elementi descrittivi siamo di fronte a un racconto messianico, di cui i magi intuiscono la portata quando a Gerusalemme entrano in contatto con le Scritture ebraiche. Esse consentono loro di cogliere il vero significato della stella e, forse, quello della loro stessa ricerca. Capiscono a quali insidie un segno fragile come il bambino vada incontro e, in poche parole, riescono a coniugare i segni a loro familiari con la parola appena rivelata alla corte di Erode. Per loro, i lontani, da Sion è uscita la Torah e da Gerusalemme la parola del Signore, come aveva detto il Profeta.

In questo senso essi sono veramente la primizia di tutti noi, nella misura in cui riusciamo a coniugare segni e segnali che la creazione e la storia ci mandano, insieme alla parola delle Scritture.

Il pellegrinaggio dei popoli a Sion è, del resto, uno dei temi privilegiati del Terzo Isaia. L’esilio per il Secondo e il Terzo Isaia è stato il momento in cui Israele ha avuto l’occasione per scoprire e approfondire la propria identità e per essere un segnale per i popoli perché scoprano la Torah e il vero Dio salendo a Gerusalemme a rendergli culto.

Anche in questo i magi compiono una profezia. Mentre il Profeta però si profonde in visioni grandiose, noi non sappiamo quanti siano i magi. Se pochi, van considerati una primizia, ovvero la primizia del nostro stesso pellegrinaggio.

 

Rubrica La Parola in cammino – commento alle letture della liturgia dell’Epifania [Is 60,1-6; Sal 72 (71); Ef 3,2-3.5-6; Mt 2,1-12]

Stefania Monti

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