Lo avete già visto tutti? Posso rivelare il finale (spoilerare, come si dice oggi)? Il film I due papi, uscito al cinema il 2 dicembre e sulla piattaforma Netflix il 20, si sta rivelando un successo tale che saranno in pochi quelli che lo devono ancora vedere (a quei pochi lo consiglio).

Sono certamente da evidenziare la qualità della ricostruzione storica della pellicola (L. Kobeszko), la sua capacità di restituire la vicenda ecclesiale (A. Grillo), il livello straordinario della recitazione di Anthony Hopkins (Benedetto XVI) e Jonathan Pryce (card. Bergoglio e papa Francesco), e della sceneggiatura di Anthony McCarten – ideatore di Bohemian Rapsody, Dark Time e La teoria del tutto –, la perfezione del finale (G. Marcotullio). Come pure la profonda simpatia con la quale sono ritratti i due uomini di Chiesa (A. Calvini).

In un complesso intreccio tra tempo della storia e tempo del racconto, la vicenda si svolge in un incontro di due giorni, a Castel Gandolfo e poi in Vaticano, tra il card. Jorge Mario Bergoglio, che è venuto a perorare la causa delle proprie dimissioni di fronte a una crescente difficoltà a svolgere il proprio ministero episcopale, e papa Benedetto XVI, che non ha la minima intenzione di accettare un tale passo da parte dell’arcivescovo di Buenos Aires.

Anche perché ha in mente un progetto diverso, del quale dovrà convincere il confratello vescovo: concludere con le dimissioni il proprio pontificato, riaprendo a Bergoglio la possibilità di essere eletto (come il conclave del 2005 aveva inizialmente suggerito).

Il dialogo tra i due vescovi inizia quasi contrapponendo due ecclesiologie, ma poi si approfondisce mentre aumentano la conoscenza e l’amicizia. E se all’inizio si può avere l’impressione che sia la visione di Bergoglio a prevalere, quella che si realizza è in realtà una conversione reciproca. Che passa attraverso la confessione – sacramentale – che ciascuno dei due fa delle proprie colpe, personali e storiche, e debolezze, che vengono dall’altro accolte e perdonate.

Vedere il film conduce a mio parere a tre realizzazioni.

Primo, che il senso delle dimissioni di Benedetto XVI è stato colto da McCarten e dal regista brasiliano Fernando Meirelles – potremmo dire quindi dall’opinione pubblica? – sia nella loro dimensione storica sia rispetto alla vita interna della Chiesa, e quindi sarà anche da ridimensionare il vociare anti-bergogliano, e sedicente ratzingeriano, che non fa che distorcere la realtà, reale e percepita.

Secondo, che a chi voglia documentarsi con serietà – pur collocandosi pienamente nel proprio ambito culturale con i suoi mezzi e linguaggi – è possibile percepire anche bene le dinamiche istituzionali e pure spirituali della realtà-Chiesa. Pare che riguardo a Bergoglio gli autori si siano documentati sulla biografia Francisco. Vida y revolución di Elisabetta Piqué.

Terzo, accade qui – come avviene spesso – che lo sguardo laico colga lucidamente quanto in certi ambiti ecclesiali a volte sfugge, e cioè che non c’è contrapposizione tra i due protagonisti, ma una pluralità di visioni che la fede e l’amore possono ricondurre a unità.

Daniela Sala

Giornalista

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