«Buonasera è il signor I…? Lei è al primo piano? Ci può far entrare? Dei cittadini ci hanno segnalato che da lei parte lo spaccio qui in quartiere. È giusto o sbagliato?».

Un fuori programma surreale quello di Matteo Salvini che martedì 21 gennaio, alla sera, in piena campagna elettorale, ha voluto recarsi in periferia a Bologna, nel quartiere Pilastro. Un quartiere noto ai più per essersi consumato nelle sue vie uno dei crimini più sanguinosi della «banda della Uno bianca», ma che in città è riconosciuto come sede di uno dei più riusciti progetti di integrazione tra cittadini italiani e stranieri.

Il momento più imbarazzante è stato quello in cui Salvini, accompagnato da una militante della Lega, madre di un ragazzo morto per overdose, si è fatto indicare i nomi dei presunti spacciatori alloggiati in uno dei tanti palazzi costruiti qui negli anni Sessanta.

«Buonasera, volevo entrare da lei. Voglio riabilitare il buon nome della sua famiglia. Perché c’è qualcuno che dice che lei e suo figlio spacciate» ha detto Salvini al citofono, sempre scortato da un cordone di polizia.

La tensione si è alzata quando i residenti, tenuti a distanza dalle forze dell’ordine, hanno iniziato a urlare contro Salvini.

«Devono venire a vedere i servizi che ci sono al Pilastro e sentire i cittadini che ne godono, gli anziani, i bambini. Ci sono scuole materne e asili nido… contate quante ce ne sono e fate il confronto con un’altra città» ha detto un anziano rivolto al segretario del Carroccio.

La scena si è ripetuta per tutta la durata della visita del leghista, che prima di lasciare il quartiere per raggiungere un altro appuntamento del suo tour elettorale, ha spiegato le ragioni del suo gesto: «L’ho fatto in qualità di cittadino. Perché se una coinquilina mi dice “guarda che qui al primo piano spacciano”, posso chiedergli se spaccia o non spaccia. Mi volevo togliere la curiosità, se una signora di 70 anni mi dice “mi minacciano di morte perché lì spacciano”, di citofonare chiedendo: “Lei spaccia?”. Poi questo è libero di mettere giù la cornetta, per carità di Dio. Magari ci andrà la polizia con più facoltà di me».

 

L’iniziativa si commenta da sé. È questo, evidentemente, il progetto politico e il livello di responsabilità e di governo proposto dalla Lega di Salvini alla Regione Emilia-Romagna e all’Italia. Quello messo in scena al Pilastro non si può chiamare né sovranismo, né fascismo, né razzismo. È pochismo.

Paolo Tomassone

Giornalista

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