Quella della Chiesa cattolica in Cina è una storia antica e travagliata ma ha una radice solida. Secondo p. Gianni Criveller, sacerdote del PIME e profondo conoscitore della lingua e della cultura cinese, essa, per quanto riguarda l’età contenporanea, può essere identificata in cinque suoi grandi «padri».

Si tratta dei vescovi Ignatius Gong Pinmei (Kung) di Shanghai; Dominic Deng Yiming (Tang Yee-mong) di Guangzhou; Joseph Fan Xueyan di Baoding; Anthony Li Du’an di Xi’an; Aloysius Jin Luxian di Shanghai. «Essi – afferma Criveller – hanno esercitato un’effettiva leadership sul loro popolo; tutti hanno patito persecuzioni o hanno dovuto affrontare grandi sfide durante il loro servizio pastorale. Hanno fatto scelte diverse: due di loro hanno collaborato con le autorità politiche, tre sono rimasti in clandestinità. Si è trattato di scelte difficili, che hanno incontrato obiezioni da una parte o dall’altra. Credo che essi meritino rispetto perché hanno fatto ciò che credevano essere il miglior interesse del popolo di Dio».

Anche grazie al loro apostolato è stato possibile mantenere vivo il dialogo tra la Chiesa locale – sia quella ufficiale sia quella sotterranea – e la Santa Sede, come si potrà leggere nello «Studio del mese» a firma dello stesso Criveller pubblicato sul n. 2 (gennaio 2020) di Regno-attualità. Infatti sia il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, sia quelli di Benedetto XVI e di Francesco, hanno posto la vita dei cattolici cinesi e le relazioni tra la Cina e la Santa Sede tra le loro priorità, dando vita a numerose iniziative di dialogo: dal Messaggio ai cattolici in Cina che Giovanni Paolo II pronunciò mentre era a Manila, nel 1995, alla storica Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI, nel 2007, all’«accordo provvisorio» raggiunto tra Cina e Santa Sede nel 2018 a proposito della procedura per la nomina dei vescovi (cf. Regno-doc. 17,2018,526; Regno-att. 18,2018,515)

Negli stessi quarant’anni, le autorità cinesi hanno continuato a muoversi entro il quadro religioso stabilito nel 1982 da Deng Xiaoping: la soppressione della religione non è stata più un obiettivo, ma la suprema preoccupazione del governo è rimasta quella di mantenere le religioni sottomesse alle politiche del Partito, anche se a periodi d’inasprimento, come quello attuale, si sono alternati periodi di distensione.

Questo atteggiamento limita l’attività della Chiesa in Cina, e a maggior ragione quella dei cattolici «ufficiali», proprio in un tempo nel quale, per rispondere a sfide quali la secolarizzazione, da un lato, e del ritorno al confucianesimo come supporto del nazionalismo, dall’altro, essa avrebbe bisogno della più grande libertà.

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