La notizia della tragica morte di Kobe Bryant – scrive sul suo sito la rivista dei gesuiti statunitensi America, introducendo il post del 28 gennaio 2020 che abbiamo tradotto qui – ha fatto scaturire un fiume di tributi e ricordi. Ha anche innescato una discussione su come, dopo il #MeToo, si possa commemorare una persona famosa, universalmente amata, che è stata accusata di stupro. Tenere insieme tutto questo può essere difficile, ma per tenere insieme le cose difficili vi sono delle parole – e delle preghiere – che possono tornare utili. Il testo che segue, scritto in origine come post su Facebook e successivamente condiviso da molti utenti, ci prova.

Penso che Kobe Bryant abbia significato tanto per noi neri,  per ragioni che sono complesse.

Credo anche che l’abbia fatta franca in un caso di stupro.

Pensa anche che fosse un grande papà.

Penso anche che fosse uno dei più grandi giocatori di basket mai esistiti.

Penso anche che abbia promosso il basket femminile e la NBA femminile in modo ammirevole, sapendo guardare avanti.

Ho anche amato il suo celestiale talento.

So anche che le persone sopravvissute a una violenza sessuale rimarranno turbate e traumatizzate da questa apoteosi.

So anche, pur rammaricandomi dell’apparente autoreferenzialità e apatia politica dei suoi primi anni, che egli è approdato a un tipo di maturità, nella sua vita personale e nelle sue attività benefiche, che mi ha positivamente sorpreso. Diventato adulto, la sua visibilità politica è cresciuta notevolmente, secondo modalità che ho apprezzato (è stato confortante, per me, vederlo indossare la maglietta «I can’t breathe» per commemorare l’assassinio di Eric Garner a opera della polizia).

Ma non penso neanche che questo cancelli il profondo trauma che ha provocato.

Credo anche nella guarigione, nella crescita e nella redenzione.

Anch’io ho pianto quando ho saputo che era morto, perché i sentimenti non sono l’agenda politica e molte di queste persone famose sono intrecciate con i nostri ricordi ben più in là della corteccia cerebrale (sto pensando a te, Michael Jackson). Mi ricordo «dov’ero quando Kobe, da giocatore…».

So anche che la capacità di tenere le cose separate è un lusso dei privilegiati, e che non essendo uno che ha subito violenza sessuale godo di tale privilegio.

So anche che la sua bambina è morta con lui e che si sarebbe meritata una vita più lunga.

Sono addolorato anche per la sua famiglia.

Stasera tengo una lampada accesa anche sulla sua vittima e sulle altre vittime di violenze sessuali.

So anche che al tifoso di basket che è in me lui mancherà.

Tutto ciò è difficile da elaborare.

Vi prego, siate più miti che potete.

E se questa riflessione ferisce od offende, credo anche che, essendo un essere umano imperfetto (come tutti noi), può succedermi di ferire e fare del male alle persone che amo.

Perché la vita è così. Ed è molto, molto breve.

Aly Wane

Steering Committee of the Syracuse Peace Council

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