Passate le regionali, ora c’è da governare. E soprattutto c’è da governare la rabbia che, se in Emilia Romagna non ha avuto oggi il sopravvento, non è detto che altrove (si voterà nel 2020 in altre 6 regioni) o in un altro momento non lo abbia.

Ci sono cause che generano rabbia: distanze e disuguaglianze; scarso senso d’appartenenza di alcuni gruppi; altri che non hanno riconoscimento e la sparizione, grazie anche alla spallata social, delle agenzie classiche d’intermediazione. A disparità, mancanza di lavoro, disfunzionalità inveterate s’aggiunge l’immigrazione male governata. Il salvinismo è un’antenna in grado d’intercettare la rabbia che ne deriva. Due piccole storie per comprenderlo.

Quale casa

Il disagio di chi vive da pendolare è un luogo concreto in cui esercitare l’azione di governo). Ma anche quello della ricerca della casa. Aiutare in una media città un giovane, africano, con lavoro e documenti ma senza un tetto è un’esperienza che tutti una volta nella vita dovrebbero fare. Gli annunci gestiti dalle bacheche on-line cambiano di ora in ora e appena appare l’offerta di un posto letto, un minuto dopo ci sono già decine di richieste.

Ho visto appartamenti scalcinati e in zone semi-abbandonate: sono comunque richiestissimi non solo da studenti ma anche da lavoratori quarantenni-cinquantenni che ormai da un decennio con-vivono come giovincelli, anche se l’età è passata da un pezzo: avranno mai una famiglia nel senso classico del termine se non possono permettersi una casa? Diventeranno adulti, cioè realmente indipendenti?

Quando fisso un appuntamento per una visita, anche se lo presento come «Mario» (in onore di Balotelli), non troviamo italiani disposti a convivere con un africano. In effetti lui è molto disordinato: ma loro non lo sapranno mai, perché non è quello l’ostacolo. È di pelle nera e per di più deve competere con un numero esorbitante di concorrenti.

È più probabile che siano gli stranieri a prendersi in casa altri stranieri. E, dopo aver rifiutato un subaffitto in un alloggio d’edilizia popolare – pratica per altro illegale – Mario ha trovato un tetto a 40 km da dove lavora, presso un pakistano. In nero, s’intende.

Immigrazione e legalità

Quanto al subaffitto (un tranquillo annuncio sulla Rete come tutti gli altri) c’è da domandarsi se e chi controlla. Il governo delle regole parte dal quotidiano vivere: per le case come per la differenziata del pattume; ma non è una pratica molto pop. Mi pare anzi che le zone grigie si stiano allargando.

Un secondo piccolo episodio in tal senso – la seconda esperienza che tutti dovrebbero fare – avvenuto negli uffici immigrazione. Con Mario ci sono andata quattro volte. All’inizio mi sono domandata come sarebbe dover lavorare lì: muri scrostati, avvisi in più lingue ormai umidi e unti, finestre sporche. Tanta gente, bambini, adulti, in una babele di lingue e di ansia. Chi sta dietro ai vetri (annebbiati dall’uso e dalle ditate) è stanco, scontento, circondato da pile di carte; usa PC obsoleti, programmi che si bloccano, compila fogli. Domanda le stesse cose a chi non le può capire, in un perfetto dialogo tra sordi.

Poi però ho visto lo stesso luogo con gli occhi di chi è lì per avere una delle cose che oggi è tra le più preziose, ma chi gli sta di fronte usa il suo potere per negargliela. Prenotazioni solo on-line, ok. Campi da compilare complicati anche per un madrelingua, ok. Però il foglio dell’appuntamento va stampato, ok.

Lunedì è il nostro turno e… «Dovevate venire giovedì, vi abbiamo telefonato». No, nel registro delle chiamate sul cellulare non c’è traccia. Insisto. «Come vi permettete? Prendete un altro appuntamento».

Posso fidarmi di Mario che dice di non aver ricevuto chiamate? Lui ha due cellulari, tre SIM e… e poi al lavoro (ma guarda?) non risponde alle chiamate.

Di fronte ho una coppia di inglesi «occidentali»: anche loro non hanno ricevuto chiamate ma nessuno osa contraddire chi ha il potere di darti o negarti ciò di cui hai estremo bisogno. Così di nuovo a prenotare… ma non c’è disponibilità prima di due mesi. Ne hai bisogno prima? Arrangiati.

Dovevamo chiedere le generalità del funzionario e quelle del suo superiore. Dovevamo pretendere che la comunicazione arrivasse anche via email. Dovevamo.

Arrabbiati noi, arrabbiati loro: un luogo generatore di rabbia.

Postilla. Ho visto con i miei occhi aggirarsi per gli uffici un volontario di una parrocchia con al seguito un giovane: niente file né attese, usciva direttamente dagli uffici off limits con la pratica fatta in pochi minuti.

È l’altra faccia della zona grigia e della rabbia. Con in più l’aggravante che lo facciamo «a fine di bene». Educare alla legalità dove sei?

Maria Elisabetta Gandolfi

CAPOREDATTRICE ATTUALITÀ “IL REGNO”

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