La festa della Presentazione prevede, in apertura di rito, la benedizione delle candele e la processione per andare «incontro al Cristo nella casa di Dio». È la festa dello Hypapante, particolarmente cara alle Chiese d’Oriente, già ricordata da Egeria (fine IV sec.), che vi partecipò nel corso del suo lungo pellegrinaggio ai luoghi venerati:

«Il quarantesimo giorno dopo l’Epifania, qui [a Gerusalemme], viene celebrato veramente con grande solennità. In quel giorno ci si reca all’Anastasi e tutti vanno in processione e tutti i riti vi vengono fatti secondo l’ordine prestabilito, con grande pompa, come per Pasqua. Predicano anche tutti i preti e il vescovo, commentando sempre quel passo del Vangelo in cui si dice che al quarantesimo giorno Giuseppe e Maria portarono il Signore al tempio, che Simeone e Anna, profetessa, figlia di Fanuele, lo videro e le loro parole pronunciate alla vista del Signore e l’offerta che fecero i suoi genitori. Dopo di che, compiuti secondo l’ordine tutti i riti che sono previsti dalla consuetudine, si celebrano i misteri e la funzione ha termine» (Peregrinatio II, 26).

 

Il rito ha assunto poi una sua importanza nella devozione popolare, oggi forse un po’ appannata (la Candelora), e si presta tuttavia a qualche riflessione.

Se infatti la fiammella di una candela ha qualcosa di caldo e rassicurante, non è certamente così per il fuoco evocato da Malachia e spesso dai profeti, fino a Giovanni il Battista. Non ci rimanda al calore del focolare, ma al fuoco di un giudizio temibile, ancorché salvifico.

Anche la luce è spesso simbolo di un giudizio. Irrompendo nelle tenebre aiuta a distinguere tra bene e male, giusto e ingiusto, fedeltà e infedeltà, Dio e idoli. Se Gesù parla di sé come luce, non è tanto per illuminare, ma per dirimere tra via giusta e via errata. Questa simbologia, particolarmente cara a Giovanni, compare nel testo odierno di Luca, in cui Gesù è luce (cf. v. 32), come segno di contraddizione (cf. v. 34) e spada (cf. v. 35), termini che esplicitano il primo termine.

Segue un oracolo profetico che riguarda Maria. Anche in questo caso la pietà popolare ha associato la spada che trafigge l’anima di Maria al dolore che proverà nella passione alla morte del Figlio. Parrebbe però improbabile, perché Luca non fa alcuna allusione a Maria nel racconto della passione, piuttosto di tradizione giovannea.

Si tratta invece qui di una lunga e pesante spada (romphaia), che si portava appesa alla spalla destra ed era veramente atta a dividere; è la stessa spada che compare in Eb 4,12, dove si precisa che è distomos, «a due bocche» cioè «a doppio taglio», ed è associata alla parola di Dio, realtà che può esercitare un giudizio salvifico proprio perché penetra fino in fondo.

Secondo la lettura di Pierre Benoit siamo qui di fronte a un oracolo per così dire ecclesiologico: come segno di contraddizione Gesù dividerà la vita di Maria, in quanto figlia di Sion, innescando una divisione interna a Israele che ha segnato in particolare la vita dell’apostolo Paolo, il quale si è sentito, egli stesso, abortito violentemente dalla sinagoga madre (cf. 1Cor 15,8).

Se invece vogliamo considerare Maria nella sua realtà personale, la spada della Parola attraverserà la sua fede, la vita della sua famiglia e del suo popolo.

Il Bambino viene dunque a trovarsi tra Maria, Giuseppe, Simeone e Anna. Questo è il vero incontro che qui si realizza: tutti e quattro sono giudei devoti, che attendono il compimento delle promesse e sono ora di fronte al loro disvelamento. Secondo Luca Gesù non è in contrasto con il mondo giudaico, in cui è totalmente immerso e nel quale verrà formato, né lo è la sua proclamazione, al punto che in Atti ci vien detto più volte che molti aderirono alla nuova Via. Ma proprio per questo colui che è luce per i gentili e gloria per Israele è stabilito fin da ora come risurrezione e rovina di molti.

Un momento di tanta solennità resta però appena un momento: subito Luca ci riporta alla quotidianità di una famiglia ebraica: «Quando ebbero portato a compimento tutte le cose secondo la legge del Signore», formula che introduceva l’episodio al v. 22, «fecero ritorno in Galilea» e il bambino torna a essere un bambino, anche se un po’ speciale (cf. v. 40; cf 1,80; 2,52).

 

Rubrica La Parola in cammino – commento alle letture per la liturgia della Presentazione del Signore Ml 3,1-4; Sal 24 (23); Eb 2,14-18; Lc 2,22-40

 

 

Stefania Monti

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