Cammino sinodale tedesco: la finestra aperta

L’«esperimento» è cominciato, la «finestra è stata aperta», c’è «fiducia»: sono tre espressioni raccolte nei commenti al termine della prima assemblea del cammino sinodale della Chiesa cattolica in Germania (Francoforte, 31 gennaio – 1 febbraio), quando 230 delegati – metà scelti dalla Conferenza episcopale tedesca (DBK), metà dal Comitato centrale dei cattolici (ZDK) – si sono incontrati per definire le regole del cammino comune e avviare il confronto e la riflessione sui quattro temi scelti: il ruolo della donna, il potere nella Chiesa, la figura del sacerdote, la morale sessuale.

Carenze, distorsioni, prassi sbagliate in questi ambiti avrebbero contribuito a creare il contesto in cui le violenze sono state così diffusamente possibili, aveva spiegato lo studio pubblicato nel 2018 sulle violenze sessuali perpetrate in contesti ecclesiali (noto in contesto tedesco come Studio MHG, dalle iniziali delle tre istituzioni che hanno collaborato alla sua stesura: Mannheim, Heidelberg, Gießen). Le conseguenze sono state per la Chiesa la perdita di credibilità, oltre che di migliaia e migliaia di fedeli e contribuenti. Ridare slancio a una Chiesa ferita, renderla più credibile, rinnovarla in modo che sia capace di annunciare il Vangelo in un contesto sempre più critico e per certi versi esigente, sono le ragioni che hanno spinto vescovi e laici insieme a mettersi in cammino per due anni.

 

69 vescovi, 66 donne, 6.000 domande

Dalla prima domenica di Avvento si è cominciato a pregare e si è aperta la possibilità a tutti di intervenire inviando riflessioni e desiderata alla segreteria del cammino sinodale (ne sono arrivate 6.000). Poi il 31 gennaio c’è stata la prima riunione dei delegati: tutti i 69 vescovi tedeschi, 15 giovani sotto i 30 anni, sacerdoti, religiose, laici e laiche impegnati nelle parrocchie, nelle diocesi, nelle associazioni e nella miriade di strutture e organismi che fanno funzionare la Chiesa cattolica teutonica; 66 le donne in tutto.

Sono state 48 ore che hanno mostrato tutta la bellezza e la complessità di voler porre sul tavolo e aprire il confronto attorno a quei temi. Insieme a chi prendeva la parola si materializzavano il bisogno di cambiare, la rabbia per le lentezze e le chiusure, la sofferenza per una Chiesa diventata autoreferenziale e distante dalla realtà delle persone, il timore per il rischio di attese eccessive o di stravolgimenti dannosi. Ha preso la parola anche Janosch, un giovane transessuale, vittima di quei vergognosi abusi ecclesiali. E tutti sono rimasti impietriti, ognuno certamente con emozioni e pensieri diversi. Ma Janosch come gli altri 229 delegati sono mossi dalla medesima preoccupazione, dalla stessa cura e da uguale amore per la Chiesa.

Le parole scomode e le questioni spinose sono state tutte evocate sia da laici, sia da vescovi; le più scontate riguardano ovviamente il sacerdozio femminile, la benedizione delle coppie omosessuali, il sacerdozio celibatario. Insieme a molte altre sono entrate nei documenti preparatori su cui ora i quattro forum (ciascuno composto da 35 membri dell’assemblea) dovranno lavorare per portare al prossimo appuntamento (sempre a Francoforte, il 3-5 settembre) testi su cui discutere e poi emendare ancora.

 

Quelli che sono spaventati

Alla fine del cammino si voteranno indicazioni e proposte: perché passino, dovranno avere il consenso dei due terzi dei vescovi e dei due terzi dei delegati e delle delegate. Ci saranno tre tipi di votum: quelli a dimensione di diocesi, la cui attuazione nel contesto locale potrà avvenire nel rispetto della tradizione e del magistero; poi quelli che solo con un pronunciamento del papa potranno diventare «operativi»; infine quelli che avranno bisogno di un Concilio per diventare patrimonio comune della Chiesa universale.

Se la Chiesa tedesca si è avviata su un cammino che certamente è nuovo, in chi lo guida (DBK e ZDK) non si intende certo che sia un percorso autonomo o peggio ancora in rottura con la Chiesa universale. È comprensibile che questo esercizio di dialogo delicato, arduo, schietto, «guardandosi negli occhi», laici e vescovi insieme, seduti secondo un ordine che è meramente alfabetico, possa intimorire chi non è abituato al confronto, ma decide da solo o confrontandosi con chi gli assomiglia tantissimo. È estremamente possibile che vengano avanzate proposte non perfettamente allineate al magistero attuale, però pur sempre fedeli al Vangeli e al semper reformanda che è proprio della Chiesa. Perché spaventarsi, come invece tanti già fanno? Perché denigrare e squalificare questo cammino? Questo atteggiamento è forse più evangelico? Qual è il servizio migliore alla Chiesa?

Sarah Numico

Giornalista

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