«Un incontro umano autentico nel mondo digitale»: ci scommettono i vescovi dell’Australia in Che sia reale, dichiarazione sulla giustizia sociale 2019-2020. Il testo, tradotto in Italia sull’ultimo numero de Il Regno-documenti (3,2020,93ss), analizza con consapevolezza e lucidità «come internet abbia cambiato il nostro modo di comunicare, lavorare, studiare e fare affari», ovvero tutti gli ambiti della vita sociale, portando a supporto dati, casi e ricerche estremamente aggiornati ed evidenziando in particolare «le aree del mondo virtuale in cui i vulnerabili vengono bullizzati, le persone vengono emarginate, il profitto viene anteposto all’individuo e la diffusione di informazioni false mina la solidarietà delle comunità». Anticipiamo qui due brani.

Dal paragrafo su Una cultura di isolamento e di oggettificazione:

«Espressioni come “FOMO” (acronimo inglese per “fear of missing out”, ovvero “paura di essere tagliati fuori”), “compare and despair” (che qualcuno in rete suggerisce di tradurre: “il paragone porta magone”), e “depressione da Facebook” sono ormai diventate di uso comune.

Un recente studio psicologico ha dimostrato, per la prima volta, un legame di causa-effetto tra l’uso dei social media e un peggioramento del livello di benessere. Lo studio ha preso in esame Facebook, Snapchat e Instagram e ha rilevato, oltre a un dislocamento dei rapporti reali offline, come gli elevati livelli di confronto sociale su queste piattaforme contribuiscano in maniera significativa a generare sentimenti di isolamento e depressione. (…)

Sebbene le stesse piattaforme abbiano l’importante responsabilità di affrontare tutte queste problematiche destinate a minare la dignità della persona, ciascuno di noi rimane responsabile delle proprie scelte nel mondo online. (…) Quando decidiamo di non vedere la persona reale, ovvero quel prossimo che Dio ci invita ad amare, che vive dall’altro lato dei nostri post, tweet e foto, rischiamo di far nostro non solo un cattivo comportamento, ma una cultura dell’isolamento con conseguenze negative, nel mondo reale, a carico dei più vulnerabili».

Dal paragrafo su Il grande divario digitale: «Chiaramente, le divisioni sociali vengono replicate online. Ancor più preoccupante, mano a mano che i servizi fondamentali vengono trasferiti online, l’inclusione digitale diventa un prerequisito obbligatorio per una minima partecipazione alla vita sociale, e andrebbe pertanto considerato un diritto umano.25 Un diritto che appare particolarmente importante nel contesto dell’e-government, che mette a rischio il benessere delle persone più vulnerabili.

Dal momento che i servizi online generalmente migliorano l’efficienza della pubblica amministrazione, i tradizionali servizi “faccia a faccia” vengono limitati. Ciò non solo costringe a una maggiore interazione online, ma riduce anche i servizi relazionali che venivano precedentemente erogati. Difficilmente, infatti, servizi che prevedono un dialogo interpersonale, dedicati a persone con esigenze complesse e differenti, possono essere forniti via internet con esiti ottimali.

Per quanto si possa essere tentati di pensare che lo spartiacque digitale possa essere abbattuto soltanto mediante soluzioni tecnologiche, l’esclusione digitale rappresenta prima di tutto un problema morale e sociale, di fronte al quale dobbiamo chiederci che valore diamo al povero e all’emarginato, e se desideriamo una comunità costruita per il bene comune, in cui ciascuno di noi riconosce e ama l’altro come proprio prossimo».

I vescovi, nel finale, fanno tre appelli ad agire per «rifiutare odio, divisioni e falsità» e «favorire la creazione di una comunità che promuova tutte le doti umane e i valori sociali che si prestano a un incontro umano autentico». Si rivolgono «a ogni singolo utente», «alle comunità» e, più diffusamente, «ai responsabili della politica e dell’industria».

Quanto «a noi come Chiesa», si tratta di rendere reale l’amore di Dio nel mondo virtuale: da un lato contrastando la riduzione delle interazioni umane che la digitalizzazione induce, e dall’altro tendendo la mano a coloro che a motivo della digitalizzazione si ritrovano «feriti». Sapendo che «nemmeno il miglior incontro digitale può sostituire la presenza reale di Cristo, donata e ricevuta nei riti ecclesiali, o la presenza reale dell’incontro umano».

Guido Mocellin

Giornalista

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