A metà degli anni novanta Ernest Gellner, uno dei più importanti studiosi di nazionalismo, professore a Oxford ma anche ebreo di Praga, scrisse che in Europa centro-orientale dopo la dissoluzione degli imperi chi apparteneva ad una minoranza aveva tre opzioni: farsi assimilare dalla maggioranza, venire espulso dalla sua terra o venire ucciso. Gellner era convinto che uno stato nazionale o era culturalmente omogeneo o non era uno stato moderno.

In Europa occidentale o in paesi come l’Italia e in Germania il problema non si poneva perché la coincidenza tra appartenenza ad una stessa comunità linguistico culturale e appartenenza ad uno stesso stato era venuta lentamente costruendosi nei secoli. Ma sul confine orientale l’Itala si è affacciata nel 1918 ad un mondo dove la coincidenza tra appartenenza culturale e politica era molto limitata e l’ambizione a costruirla recente.

Dopo la prima guerra mondiale tutte le classi dirigenti degli stati successori degli imperi pensavano al loro stato come ad uno stato culturalmente omogeneo. Ma nessuno di questi stati lo era davvero. Tutti avviarono politiche di assimilazione forzata.

Il fascismo non fu diverso se non che le sue politiche dispiegavano tutte le risorse di violenza che uno stato totalitario può mettere in campo.

 

Nel giorno del ricordo per le vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra si è tornato a parlare di quelle complesse vicende. Ancora una volta il dibattito pubblico ha affrontato queste vicende come se riguardassero solo noi Italiani e i nostri vicini sloveni e croati. Documenti eloquenti di questa distorsione ottica sono varie prese di posizione. A destra si è parlato solo di foibe e poco di esodo. A sinistra mai di esodo e le foibe derubricate a dolorosi scoppi di jacquerie per quello che i fascisti avevano fatto agli sloveni e ai croati. Gli uni e gli altri dimentichi del nesso che lega le vicende del confine orientale alla storia europea centro-orientale. Dimentichi soprattutto che su quelle società si sono abbattuti due totalitarismi diversi nelle motivazioni, ma del tutto eguali nell’uso degli strumenti di violenza utili per schiacciare le diversità che si opponevano alla loro logica di potenza.

Così nella relazione del vicepresidente dell’Anpi nazionale, tenuta al seminario sulle foibe e l’esodo il 4 febbraio scorso, la parola comunismo compare solo come aggettivo che descrive lo stato jugoslavo. E altri commentatori ricordano che il fascismo volle assimilare le minoranze alloglotte. Vero, ma verrebbe da consigliare a tutti costoro, oltre a Gellner anche Martin Muma, la testimonianza terribile di un giovane comunista di Rovigno, Ligio Zanini, che rimase nella sua terra mentre la maggioranza degli italiani se ne andava perché lui ci credeva negli ideali dell’internazionalismo comunista. Ma per essere rimasto fedele a sé stesso e alla sua cultura, ancorché da una posizione di minoranza, patì la persecuzione del regime comunista. Finì nel lager di Goli Otok per diversi anni accusato di essere una quinta colonna stalinista. Al dunque a far la differenza tra totalitarismo comunista e quello fascista è stata solo la giustificazione dell’uso della violenza, ideologica in un caso e nazionalistica nell’altro. Eguale invece l’obiettivo che entrambi si proponevano, annichilire le diversità. Ed è questo che definisce la natura di un regime. Non ciò che raccontano i suoi leader.

Il ricordo delle vicende del confine orientale potrebbe essere una occasione per riflettere su un capitolo di storia italiana ma soprattutto europea alla quale i due totalitarismi hanno imposto un prezzo enorme in vite umane. Il giorno del ricordo potrebbe essere anche una opportunità per discutere se sia proprio vero che chi si trovi in condizioni di minoranza debba scegliere soltanto tra le opzioni descritte da Gellner. Il tema non è lunare, ma riguarda la sopravvivenza della democrazia in stati linguisticamente e culturalmente plurali. Un problema urgente in varie parti del mondo tra le quali i paesi europei e pure l’Italia. Un problema che la discussione, questa sì lunare, nel giorno del ricordo non riesce mai a collegare a quelle lontane vicende quando è evidente che anche di questo si trattò.

Paolo Segatti

sociologo

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