Due ore dopo l’avvio del briefing di mercoledì scorso nella Sala stampa vaticana, prendeva avvio un’altra conferenza stampa. Stesso argomento – l’esortazione apostolica postsinodale –, altro emisfero e altro meridiano – quelli di Brasilia –, tutto un altro clima.

La presentazione del documento era affidata al presidente della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (CNBB), mons. Walmor de Oliveira de Azevedo, ma soprattutto al card. Cláudio Hummes, presidente della Commissione episcopale per l’Amazzonia della CNBB e della Rete ecclesiale panamazzonica (REPAM), nonché grande amico di papa Francesco.

«Il Sinodo non è la fine di un processo. Il Sinodo è un punto alto del processo, fa parte di un processo che sta andando avanti e che deve continuare» sono state le sue prime parole. E «questo processo continuerà certamente», le ultime.

Facendosi interprete delle domande di molti, il card. Hummes si è chiesto quale sia il peso di questa esortazione, che cosa significhi. La risposta che ha tratto dal testo è che il papa ha preso parte a questo «percorso di dialogo e di discernimento» e non vuole «sostituirsi o ripetere», rispetto al Documento finale. Non ne cita alcun passaggio – né i punti sui ministeri né altri – perché tutti sono ugualmente frutto di questo cammino, di questo dialogo, di questo discernimento. Offre «un breve quadro di riflessione» per «aiutare e orientare verso un’armoniosa, creativa e fruttuosa ricezione» (n. 2).

Per il card. Hummes il messaggio fondamentale è non smettere di sognare: il processo sinodale deve via via coinvolgere le conferenze episcopali, le diocesi, le parrocchie, poiché la Chiesa continua a essere in ascolto del popolo di Dio e del suo sensus fidei.

Là dove la ferita per le risposte mancate doveva essere più dolorosa apprendiamo piuttosto che è il processo sinodale, coi suoi tempi e il suo lavoro di discernimento, ad averci trovati impreparati e a chiamarci tutti al lavoro, poiché interpella «tutta la Chiesa» (n. 4).

Gabriella Zucchi

Giornalista

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