Un film, le sue qualità e i suoi vigilantes

Ci sono alcuni film che escono senza fare rumore, ma che recuperano strada facendo, passando per quella maglia fitta delle sale della comunità. Stiamo parlando di quel migliaio di schermi e palcoscenici di proprietà ecclesiale sparsi lungo lo stivale riconosciuti in centri storici e province come instancabili presidi di uno slow food culturale e formativo necessario alle comunità cristiane e civili.

Sfido anche i più appassionati a ricordare che il 12 settembre scorso uscì un film brasiliano di 139 minuti dal titolo enigmatico, La vita invisibile di Euridice Gusmao, diretto da Karim Aïnouz. Eppure in questi mesi molti improbabili spettatori cinematografici hanno appreso della sua esistenza. Peccato che si diventa famosi finendo in quel consueto tritacarne di una lettura frettolosa e scabrosa del piccolo ma agguerrito esercito cattolico del «non so niente di cinema ma era meglio non farlo».

 

 

La vita invisibile di Euridice Gusmao: quale «scivolone»?

Possiamo vantare, infatti, una squadra armata di tastiera e di molto tempo di appassionati (censori?) che passa periodicamente al proprio vaglio con zelo ammirevole la programmazione delle sale della comunità. La loro esigenza è quella di vigilare che non vengano programmati quei film finiti nel cassetto delle opere scabrose. Dove c’è infatti quell’apparente pizzicore – non importa se motivato dentro all’economia della narrazione –, apriti cielo!

Alla fine si tratta spesso di tanto rumore per nulla o, come in questo caso, di una non conoscenza dell’opera o di una lettura assolutamente indegna del linguaggio cinematografico messo in campo dal regista e dai suoi collaboratori. E così succede che quest’opera, che magari si guadagna il miglior gradimento dal pubblico del cineforum di una sala della comunità, viene tacciata invece dai «vigilantes» come uno «scivolone» (o altre amenità linguistiche utili a minimizzare o a colpevolizzare la scelta di programmazione). Non sapendo, invece, che di lasciato al caso nel palinsesto di una sala della comunità c’è ben poco e che quel film è stato scelto proprio per le sue qualità: che esso, per la preparazione culturale, estetica e pastorale dei volontari, ha un preciso senso e motivazione.

Chi scrive ritiene, per farla breve, che la storia di Euridice e la sua innominata sorella sia uno dei film più belli del 2019, capace per inciso di fare appello a dinamiche evangeliche in modo sublime e commovente. Allora dove sta il problema? Perché questo film viene fatto a pezzi in modo così indegno?

La contraddizione si genera dal fatto che i vigilantes si limitano, o forse dovremmo dire si avvinghiano, a un’interpretazione meramente letterale (in questo caso proprio una visione degli occhi), quando proprio la familiarità con la sacra Scrittura dovrebbe averci educato a una raffinatezza di interpretazione ben più complessa. Come cattolici, per empatia e onestà intellettuale dovremmo, quindi, concederla anche al cinema, ma spesso è evidente che ciò proprio non succede. E per ansia si mettono parecchi film nel cassetto sbagliato: ciò succede perché portiamo le opere in dei vicoli ciechi a partire dalle scene, in questo caso, di amplessi o di parti dei genitali che prendono il sopravvento (dentro di noi) togliendo lucidità alla nostra capacità di destrutturazione.

 

 

Al cinema la parola spesso tace

Peccato, allora, che i vigilantes dimentichino di spiegarci che, rimanendo su questo film, quel membro maschile lo vediamo così bene perché viviamo la sequenza con gli occhi di una giovane donna che non sa assolutamente come sia fatto e come e cosa si debba fare con esso. Quello che raccontava anni prima anche il film Chesil beach. In un contesto conservatore, moralistico e patriarcale, allora, quell’inquadratura è lo stupore imbarazzato, sornione, faticoso, preoccupato della verginità nella prima notte di nozze. Peccato, ancora, che i vigilantes si dimenticano di dirci che queste due sorelle subiscono purtroppo una sessualità senza tenerezza, senza amore: gli amplessi messi in scena lo raccontano perché al cinema le fatiche e le sofferenze spesso si dicono con i suoni, le inquadrature, la fotografia, la luce, la postura dei corpi.

Anche se non sempre ce ne rendiamo conto, al cinema la parola spesso tace. E questo silenzio chiede alle nostre competenze di lettura di farsi avanti, oppure di fare i conti proprio con queste lacune. Nelle sale della comunità prevale nettamente, per fortuna, questa prima ipotesi. Su cosa prevalga con i vigilantes lascio a voi giudicare, sapendo che c’è tra loro, purtroppo, chi scrive senza nemmeno aver visto il film e pure dichiarando con nonchalance questa lacuna.

Se l’avessero visto, la loro intelligenza della fede probabilmente li avrebbe guidati a cogliere il dolore, la separazione, la malattia, la violenza provocati nel film da un cattolicesimo senza misericordia. In questo orizzonte senza libertà e senza speranza di padri e mariti padroni, nell’economia della narrazione, un amplesso o una nudità esplicita diventano aspetti della sintassi della tortura subita lungo una vita dalle due sorelle, capaci comunque nella lontananza di custodire l’amore che (dovrebbe) contraddistinguere la famiglia. In questa loro forza nell’inferno, che ricorda la cifra di alcune pagine del diario di Etty Hillesum, la nostra anima di spettatori trova un rinsaldo e una catarsi assai rara.

Certo che se non sai l’analisi logica, allora vedrai solo un genitale. E ne rimarrai spaventato? Per fortuna nelle sale della comunità va di moda ancora la presentazione, il commento, la scheda, il post in Facebook con articoli di approfondimento, la newsletter con altri materiali, la chiacchiera in atrio prima di andare a letto, i corsi formativi per i volontari e ancor prima un’immensa fiducia nell’adultità degli spettatori. Fiducia ripagata che nelle comunità tesse trame pastorali piene di gusto!

Arianna Prevedello

critica cinematografica

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