Donna e rabbina: la storia di Regina Jonas scoperta da una teologa

Negli anni Novanta del secolo scorso vennero aperti al pubblico a Berlino est gli archivi della ex DDR; mentre ne esaminava un settore al fine di ricercare le prime tracce di donne pastore in ambito protestante, la teologa Katharina von Kellenbach, si imbatté casualmente nella documentazione relativa all’ebrea Regina Jonas.

Nata nel 1902, Regina aveva studiato a Berlino presso la prestigiosa Hochschule für die Wissenscharft des Judentums. Nella sua tesi di dottorato (discussa sotto la guida di Eduard Baneth, docente di Talmud), ella aveva dimostrato che, in base alla tradizione, non c’erano impedimenti per procedere all’ordinazione di donne rabbine. L’istituzione berlinese non le concesse però il titolo. Per quanto fosse ortodossa, Jonas ricevette perciò l’ordinazione nel 1935 da un singolo rabbino di orientamento riformato, Max Dienamann, direttore del Liberaler Rabbinerverband.

Negli anni successivi Jonas esercitò la sua funzione rabbinica a Berlino, specie nell’ambito dell’assistenza spirituale agli anziani. A causa della persecuzione nazista, venne dapprima deportata nel ghetto di Terezin per poi essere uccisa ad Auschwitz nel 1944. Nonostante avesse esercitato pubblicamente il suo ruolo di rabbina e per quanto fossero sopravvissute alla Shoah varie personalità con cui aveva collaborato nel ghetto di Terezin (tra le quali il suo ex maestro Leo Beck e Viktor Frankl, uno fra i fondatori dell’analisi esistenziale e della logoterapia) di lei si perse ogni traccia fino alla sopracitata scoperta archivistica.

Per recuperare la memoria di Regina Jonas, uno dei punti di riferimento oggi imprescindibili del pensiero femminista ebraico, ci volle il crollo del Muro di Berlino, circostanza che la dice lunga su quanto una simile figura fosse considerata a quel tempo anomala.

Di Regina, oltre alla tesi di dottorato, ci sono giunti pochi altri scritti; tra essi merita attenzione una lettera indirizzata a una giornalista che le chiedeva le ragioni della sua scelta. In essa vi è una frase che, forse più di ogni altra, rivela il suo spirito. Ella infatti dichiara di sperare che «avvenga un tempo per tutti noi in cui non ci saranno più domande sull’“argomento donna”, poiché dove sorgono richieste di tal genere, la situazione non è sana». Regina comunque fornisce due ragioni che l’avevano indotta a diventare rabbino (da lei detto al maschile). Sono motivi in cui non si coglie alcuna distinzione tra maschile e femminile: il primo è la «sua fede nella chiamata di Dio», l’altro è «il suo amore per la gente».

 

* Il testo che qui pubblichiamo è un estratto di un più ampio articolo intitolato «Rabbine. Il rabbinato femminile non fa crollare il mondo, lo rende più bello» che apparirà sul n. 6/2020 de Il Regno-attualità in corso di stampa.

Piero Stefani

presidente “Sae”

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