Informazione e Coronavirus: ho cercato un bandolo

Non mi occupo né di virus né, strettamente parlando, di politica italiana. Ma dopo il caos comunicativo della notte tra il 7 e l’8 marzo, dopo essere stata sbugiardata da un “ma guarda che era una bozza”, mi sento un po’ chiamata in causa come giornalista e comunicatrice (e anche come madre di un figlio che lavora in una zona rossa).

Scrivo innanzitutto per chiarirmi le idee. E per cercare un bandolo.

Già detto tutto… sul virus

Sulla “pericolosità” del virus è stato detto di tutto (è nuovo, è letale, ma forse è come un’influenza, il contagio è facilissimo, invece no). Il 23 febbraio grazie alla condivisione di un amico ho letto il post che mi ha convinto. Oggi ormai conosciamo tutti la conta dei (pochi) respiratori a disposizione negli ospedali e – alla buon’ora! – capiamo i motivi della necessaria precauzione. Se poi vogliamo andare fino in fondo, basta leggere le linee guida in caso di catastrofe della Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva: si potrebbero aprire scenari per scelte dolorosissime.

Com’è arrivato il virus in Italia

Adesso abbiamo altre preoccupazioni a cui far fronte (quelle di cui sopra sui respiratori), ma è chiaro che per imparare qualcosa di utile per il futuro dovremo arrivare in fondo a questo interrogativo. Però non è detto che sia colpa di un “tedesco” per Codogno né di cinesi per Vo: sono delle ipotesi, per altro non confermate, su cui è inutile ora che ci rompiamo la testa: soprattutto chi come noi non fa il virologo di mestiere e non leggiamo a colazione il New England Journal of Medecine. Ci piace viaggiare intorno al mondo e questo avrebbe già dovuto da tempo metterci in guardia sul fatto che le malattie sarebbero entrate nel nostro bagaglio a mano.

Governare la comunicazione

Quello che posso aggiungere a questo mare caotico di informazioni è che non è stata governata la comunicazione e che troppo tardi e male – l’autonomia regionale non ha aiutato – si è messa in piedi una cabina di regia per dire agli italiani di che cosa si trattava senza usare titoli da panico. Quando l’ho sentito dire da Marco Lombardi, docente di Sociologia, Comunicazione e Crisis Management alla Cattolica, ho capito anche meglio la risposta che frullava nella testa di tutti noi: ma perché è così grave l’Italia rispetto a tutto l’Occidente? Perché l’arrivo del virus è stato accompagnato da una rincorsa dei titoli dei giornali al panico dei social, per vendere un pugno di copie in più, mettendo in piazza le diatribe tra i virologi, gli epidemiologi, i demografi che sì, certo, sono utili e interessanti ma che hanno solo creato sconcerto e panico inutile o, dal lato opposto una reazione uguale e contraria. Ho sentito infatti pronunciare la frase “E’ tutta una montatura” da ex funzionari pubblici e medici qualificati e non solo da cittadini “qualunque”…

Insomma, la grave crisi nella quale siamo piombati ci insegna che economia, politica e sanità nel mondo globale non possono rabberciare alla bell’e meglio la comunicazione su di sé o pensare di risolverla con un paio di tweet. Non potremo certo fermare con un dito il fiume in piena degli sfoghi sui social. Ma dovremo coltivare sempre la qualità del nostro mestiere.

Maria Elisabetta Gandolfi

CAPOREDATTRICE ATTUALITÀ DE “IL REGNO”

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