Accompagnare nella fede il popolo di Dio in questo periodo di emergenza e smarrimento da coronavirus, «che non sarà breve»: per questo il vescovo di Latina, mons. Mariano Crociata, ha scritto ai suoi preti, diaconi, consacrati e a tutti i suoi fedeli una bella lettera su La fede in tempi di «distanziamento sociale».

 

Significati umani

«L’epidemia – ricorda il pastore – finirà; non possiamo dire quando, ma finirà. La domanda è: come dobbiamo attraversare questo tempo fino a quel punto? E poi anche: come ci troverà quel punto quando arriverà, come saremo quando sarà tutto finito? La risposta dipende dal nostro senso di responsabilità e dalla nostra disponibilità».

Siamo esseri fatti per la socialità e la relazione, eppure ora è proprio da questa predisposizione profonda che può venire il male del contagio. Che significato dare a questa limitazione? «Abbiamo bisogno di contatto e di incontro, ma si rende temporaneamente necessario distanziarsi. Questa necessità deve diventare un’occasione per reimparare ad apprezzare il bene della famiglia e dello stare insieme, dell’incontro e dello scambio, dell’amicizia e degli affetti, per prepararci a coltivarlo e a viverlo meglio, a fronte di un’abitudinarietà che rischia di farcene perdere il senso e la qualità. L’attesa di una rinnovata e serena esperienza di prossimità e di effusione degli affetti affini la purezza e l’apprezzamento del dono, e approfondisca l’intensità e l’apertura dei nostri sentimenti e dei nostri legami».

 

Il senso nella fede

Ma c’è una dimensione più profonda nella quale il vescovo Crociata vuole guidare il suo popolo. La dimensione della fede.

«La nostra esperienza cristiana non è esentata dalle conseguenze di quanto stiamo vivendo. Anche la fede vive di contatto e di incontro, vive grazie ai sensi, che ci fanno udire, vedere, odorare, palpare, gustare.

Il momento più alto per la nostra fede è un momento di contatto per eccellenza – culmine e fonte –, l’evento celebrativo in cui si mangia e si beve, si gusta e si assimila il corpo del Signore, dopo averne ascoltata la Parola, per diventare una cosa sola con lui e tra di noi: riceviamo il suo corpo (eucaristico) per diventare suo corpo (ecclesiale).

Nell’eucaristia celebrata e ricevuta attuiamo il memoriale della Pasqua e si rinnova per noi il mistero pasquale di morte e di risurrezione di Gesù come dono d’amore che si trasforma in vita eterna. Nel sacramento dell’altare riceviamo il cibo divino che ci dà la forza per camminare nella vita e crescere sia nell’unità e nella comunione tra di noi sia nella capacità di dono e di servizio ai fratelli; in esso pregustiamo il banchetto eterno alla cui mensa speriamo di sederci nella pienezza di comunione della Trinità divina».

La privazione dell’eucaristia, che non avevamo mai conosciuto qui in Italia anche se è la condizione abituale per molte popolazioni (per esempio in Amazzonia), è avvertita con dolore dai fedeli. Ma «anche questo è un tempo di Dio, un tempo che Dio ci dà per ascoltarlo e seguirlo. Sarà un tempo privo ma non per questo necessariamente vuoto: un tempo privo dell’Eucaristia deve diventare ancora di più un tempo pieno di Dio, a cominciare dal desiderio che, in questa assenza di eucaristia, si fa ancora più forte. Come fare per coltivare tale desiderio e per fare spazio a Dio?».

«È grave essere privati dell’eucaristia, ma nella sua privazione forzata possiamo prendere coscienza che è non meno grave averla trattata tante volte come una abitudine e ricevuta con superficialità. Viviamo questo tempo come uno scuotimento, un brusco risveglio, di fronte al rischio e alla tentazione della banalizzazione dell’eucaristia.

Questo è un tempo propizio per ridestarci da una fede sonnolenta, tentata dallo scontato e dall’ovvio, bisognosa di recuperare il senso della sua grandezza e bellezza, della sua gratuità e della preziosità del suo dono. Non dobbiamo distoglierci dal senso della mancanza, dobbiamo piuttosto scavare in esso, perché dallo stordimento delle molte cose passiamo a un rinnovato ardore del desiderio.

Questo può diventare un tempo fecondo se sapremo approfittarne per fare spazio al silenzio, alla riflessione, alle relazioni personali. Il silenzio è vitale per il respiro del nostro spirito, ma anche per l’equilibrio della nostra interiorità; uno spazio maggiore per esso è capace di ridare tono al nostro sentire profondo, alla percezione del senso della vita e di tutto ciò che la nutre e la fa crescere».

 

Il silenzio dell’intimità con Dio

«Un silenzio non vuoto, ma pieno di una presenza che abiti pensieri e sentimenti, la presenza di quel Dio di amore che in Gesù ci sostiene e protegge sempre, anche in mezzo ai passaggi più difficili della vicenda personale e sociale. È il silenzio del deserto quaresimale che predispone al silenzio dell’intimità e dell’unione con Dio».

«La solidarietà e la fraternità le riscopriamo più facilmente quando siamo sotto una comune minaccia; allora sentiamo forte il bisogno di stare uniti e di aiutarci a superare le comuni difficoltà. In tempi di distanziamento sociale, dovremmo sentire ancora più urgente l’esigenza di incrementare la qualità della solidarietà e della fraternità, e di affinare l’attenzione verso chi è più debole e solo. Possono essere riscoperti lo stare in famiglia, il dialogo pacato, la condivisione dell’esperienza della vita. Quanto ai poveri, aumenteranno durante questa epidemia, come aumenteranno i bisogni di aiuto nelle situazioni e per motivi molto diversi tra loro. Risuoni per noi l’appello ad aprirci a una riscoperta cordiale generosità. Non serve a nulla, e non aiuta, vivere solo preoccupati della propria sicurezza e tranquillità. Insieme superiamo meglio i pericoli che corriamo tutti; se ci aiutiamo, usciremo meglio e prima da questo periodo di prova e di minaccia».

 

Essere preti oggi

«Ai presbiteri dico che sono sospese le celebrazioni ma non la cura pastorale. E anche per le celebrazioni, non deve mancare quella personale, senza popolo, di ciascun presbitero ogni giorno di questo tempo, per tenere alta la fiamma che arde al cuore della Chiesa. La cura pastorale è chiamata a privilegiare alcune forme, tra le quali spiccano quelle di carattere più personale. Questo tempo diventa propizio per le confessioni, per i colloqui spirituali, per gli incontri personali volti alla richiesta di chiarimenti, di riflessioni e di confronto, di catechesi e di formazione personale. Sempre con le dovute cautele e in presenza di specifiche richieste, anche le visite alle famiglie devono essere mantenute.

È il momento di valorizzare le nuove forme della comunicazione e dello scambio attraverso il web e i social media, che permettono di raggiungere tanti, senza tuttavia ricadere in una variante del solito attivismo frenetico. Costante deve essere l’invito alla preghiera personale e all’ascolto della Parola di Dio. Far conoscere l’ora in cui il parroco celebra può essere l’occasione per invitare a mettersi in preghiera alla stessa ora nelle proprie case, per alimentare quel bisogno di Eucaristia che, frustrato in questo tempo, prepara una celebrazione tanto più vera quanto più ardentemente attesa e desiderata. Particolarmente utile potrebbe risultare la condivisione di una riflessione sulla Parola di Dio del giorno e in particolare della domenica. Questo è anche un tempo in cui presbiteri e diaconi per primi devono dedicare una attenzione maggiore alla cura spirituale di sé, alla cura della propria anima».

È «una Quaresima strana quella che stiamo vivendo, per certi versi più efficacemente tale per la ‘privazione’ a cui ci vede sottoposti e per tutte le preoccupazioni che ci angustiano. Ancora una volta è la fede ad essere messa alla prova; prendiamo questo tempo come una occasione per renderla più forte e per unirci di più al Signore nostro Gesù e tra di noi. Accogliamone la sfida e accresciamo la fiducia. Da questo tempo e da questa prova usciremo fortificati, più maturi, più fraterni».

Daniela Sala

CAPOREDATTRICE DOCUMENTI DE “IL REGNO”

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