«Doveva (edei) perciò attraversare la Samaria» (Gv 4,4), così l’antefatto immediato dell’episodio che domina Gv 4: in realtà Gesù non «doveva», tanto che il latino traduce oportebat.

Per andare dalla Giudea alla Galilea tre erano le possibilità: o la strada litoranea, o quella che risaliva il corso del Giordano o quella, appunto, che attraversava la Samaria.

Le prime due erano le più battute, erano strade di traffico carovaniero, specie la prima, e quindi più sicure e agevoli. La terza era meno frequentata e certamente resa difficile dalle tensioni tra giudei e samaritani. Eppure Gesù sceglie questa, non facendosi condizionare né eventualmente dalla fretta né dalla comodità; la sceglie perché – come il testo sembra suggerire – c’è di mezzo come un appuntamento, un’occasione speciale di evangelizzazione.

Infatti troviamo Gesù da solo al pozzo di Giacobbe. In un mondo di pastori e di piccoli agricoltori è normale che il pozzo sia un luogo di incontro e di socializzazione, diremmo noi. Le donne in particolare vanno ad attingere acqua per sé e per la famiglia e per le greggi: è un lavoro pesante, da «fare con il fresco», e la Scrittura ne parla varie volte (cf. Gen 24, Gen 29, Es 2). Il fatto che la nostra azione si svolga a mezzogiorno segnala che deve arrivare al pozzo qualcuno che in realtà non si aspetta, né vuole, incontrare altri. Il perché si potrà intuire in seguito.

Al di là però di questa atmosfera feriale e di paese, occorre ricordare che tutto Gv 1-12 è costruito sulla trama dell’Esodo, con la mediazione del libro della Sapienza (cf. cc. 10-19) e di alcune altre tradizioni targumiche. È stato scritto che l’Esodo in Giovanni è come un cantus firmus eseguito dal pedale in un corale di Bach.

Nel nostro caso il riferimento è Es 15,27: «Poi giunsero a Elim, dov’erano dodici sorgenti d’acqua e settanta palme; e si accamparono lì presso le acque». Il Targum di questo versetto vede nelle dodici fonti le dodici tribù d’Israele: il luogo sarebbe un simbolo dell’unità cultuale d’Israele e in tal modo si capirebbero meglio le parole sul vero culto in spirito e verità, che si realizza laddove ci sia l’unità del popolo.

In ogni caso la donna arriva in un momento che non sarebbe quello generalmente condiviso, perché evidentemente non vuole incontrare gente né scambiare chiacchiere o esserne l’oggetto. Il suo stupore è quindi duplice: trova un giudeo al pozzo e un giudeo che chiede da bere. Tale stupore è destinato a crescere lungo il racconto.

Il pozzo però è anche simbolo della Torah, unica Scrittura accettata dai samaritani assieme al Sefer Hayamim, una versione particolare del libro di Giosuè. La Torah è dono di Dio ed è tradizionalmente denominata mattan Tora, «dono della Torah». Gesù mette dunque in questione con la donna quale sia il vero dono – l’acqua viva – e chi sia colui che può elargirlo. Egli infatti può fare dono della verità mediante una sua stessa richiesta.

Il colloquio procede in modo per noi accidentato: in apparenza si salta da un argomento all’altro, ma anche il discorso sul marito o i mariti della donna ha un suo retroterra.

Ricordiamo quanto sia importante la simbolica matrimoniale in ambito profetico, specialmente in Osea, non a caso profeta del Nord. A ripercorrerle, queste storie, come Os 1-3, non sembrano tanto storie d’amore quanto di tradimenti, in controluce alle quali leggere i tradimenti del popolo nei confronti del Dio del patto.

In questo modo il dialogo acquista una sua coerenza, passando da una simbolica all’altra: il dono della Torah, l’unità del culto infranto dopo Salomone, la fedeltà al patto del Sinai. Si ricostruisce in breve una lunga storia e Gesù sta sì evangelizzando la donna, ma ella, da sola, non è il suo vero obbiettivo; la donna è, a sua volta, un tramite per raggiungere gli uomini di Samaria (Gv 4,28ss.39-41). Questo finale rende ragione del edei del v. 4, di cui si è parlato all’inizio. Davvero conveniva una strada scomoda per raggiungere i molti.

Da ultimo dovremo notare lo stupore dei discepoli (cf. 4,27). Gesù sta parlando con una donna sconosciuta e non è interessato al cibo che essi hanno procurato. Quanto al cibo ci rimanda a Dt 8,3 e a Sal 40,8-9, ma ricorda poi la gratuità del lavoro apostolico (cf. vv. 35ss): c’è chi semina e c’è chi miete, e sovente i due lavoratori non coincidono. È necessario un forte senso di distacco in chi lavora per il Regno – in loro per primi.

 

 

Rubrica La Parola in cammino – commento alle letture per la liturgia della III Domenica di Quaresima Es 17,3-7; Sal 95 (94); Rm 5,1-2.5-8; Gv 4,5-42

Stefania Monti

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