La Chiesa e le epidemie: quando a decidere era il papa-re

Nei giorni scorsi ha scatenato non poche polemiche la decisione della CEI di assecondare le direttive del governo in ordine al divieto delle messe festive, per evitare gli assembramenti anche al momento delle funzioni liturgiche. Vi è chi ha denunciato la perdita di rilievo del religioso nell’appiattimento dell’autorità ecclesiastica sulle prescrizioni dell’autorità civile e chi è giunto persino a lamentare l’accettazione di una subordinazione del potere della Chiesa su quello dello Stato. Altri hanno replicato che nei primi secoli del cristianesimo, prima di quell’accordo tra potere politico ed ecclesiastico che ha caratterizzato la millenaria «età costantiniana», la vita di preghiera non si svolgeva in edifici dedicati formalmente al culto, ma all’interno delle case private. E hanno ricordato che l’odierna mancanza di collettive cerimonie liturgiche era in fondo un modo per i credenti di ritrovare quella Chiesa domestica che è la famiglia.

 

Quando c’era il vaiolo

La questione – i lettori di questo blog ne hanno già avuto testimonianza  – ha in realtà molteplici risvolti. Limitandoci qui alla questione del rapporto che si instaura tra il religioso e il civile in relazione alle epidemie, val la pena di gettare un rapido sguardo al passato, collocando il tema in una prospettiva storica. Anche in questo caso possiamo così meglio orientarci nel presente. In termini molto generali si possono fare due considerazioni, che prescindono dal cristianesimo primitivo e riguardano la Chiesa post-costantiniana.

In primo luogo la comunità ecclesiale non ha vissuto al di fuori del tempo, ma al suo interno, condividendo gli orientamenti, le convinzioni e le mentalità prevalenti nei vari momenti. Questo atteggiamento si riscontra anche in ordine ai provvedimenti suggeriti al potere politico dai detentori della conoscenza scientifica. Basta pensare a quanto si verifica tra Settecento e Ottocento, quando la medicina attesta che la vaccinazione antivaiolosa costituisce la via per impedire la diffusione di un morbo fino a quel momento incurabile. Di fronte alla decisione delle autorità pubbliche di promuovere la vaccinazione di massa, la Chiesa decide di aderire alla campagna, mettendo in campo le sue risorse per facilitare il conseguimento di questo risultato. Strumenti solitamente riservati all’approfondimento della vita religiosa, come la predicazione domenicale o le lettere pastorali dei vescovi, vengono dedicati ad aiutare lo sforzo dello Stato per garantire la salute pubblica. La Chiesa insomma non ha ritenuto di appiattirsi sul civile, quando ha visto l’autorità politica perseguire il bene comune.

 

Alessandro VII e la peste

Un secondo esempio riguarda la posizione tenuta dal papa-re – dunque una Chiesa che assommava potere politico e potere religioso – durante le epidemie dell’età moderna. Si potrebbero fare tanti esempi, anche curiosi: ad esempio il pontefice che rifiuta di ricevere il segretario di Stato, dopo che un cameriere di quest’ultimo viene colpito dalla peste, fino a che non ha passato la sua quarantena. Ma val la pena di accennare alle ragioni per cui le cronache romane dell’epoca esaltano il ruolo svolto da Alessandro VII nel combattere la terribile pestilenza che colpisce Roma nel 1656.

 Al forte potenziamento del dicastero – la Congregazione della sacra consulta – creato in curia fin dalla metà del secolo precedente per disporre le misure medico-igieniche necessarie a contenere il contagio, papa Chigi associa due altri provvedimenti. Da un lato sollecita tutti gli ecclesiastici a portare la loro assistenza spirituale agli ammalati; dall’altro lato non solo sospende la cappella pontificia e le funzioni collettive celebrate personalmente dal pontefice, ma interdice anche processioni, novene e altri atti di culto che potevano essere causa di affollamento nelle chiese romane, incentivando per contro la preghiera nelle case attraverso la concessione di speciali indulgenze alla privata pratica religiosa.

A nostalgici della cristianità la storia pone dunque una domanda: soltanto nel caso in cui la Chiesa gestisca direttamente il potere politico, la sospensione delle cerimonie liturgiche ai tempi del contagio non costituisce una perdita d’autorità?

Daniele Menozzi

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