Il card. Zuppi a conclusione della novena: vivere sulla terra e cercare il cielo

«La sofferenza è sempre una preghiera a Dio» ha detto il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, il 17 marzo scorso, concludendo con un solitario pellegrinaggio al santuario della beata Vergine di San Luca la novena indetta a partire da domenica 8 marzo (vedi qui su Re-blog il post «Sotto la tua protezione, Vergine di san Luca») e partecipata, attraverso il canale YouTube «12 porte», mediamente da 4.000 persone ogni sera. Qui sotto alcuni estratti della meditazione pronunciata dall’arcivescovo nel popolare santuario mariano che, dal Colle della Guardia, domina la città; sul sito della Chiesa di Bologna il testo integrale.

Qui il cielo si fa più vicino, ma anche il cielo è legato alla terra. Il portico [che conduce al santuario] è un filo che ci porta in alto ma anche che porta il cielo in mezzo a noi. Maria ci porta Gesù e lei ci porta a Gesù. In questi giorni tutti abbiamo amaramente scoperto o riscoperto la nostra provvisorietà – non un’ipotesi lontana che riguardava sempre altri, ma la mia provvisorietà incombente – ombra della morte che la provoca. Non si tratta della provvisorietà compulsiva del nostro io, che consuma esperienze e tempo, come fossero infiniti e un diritto. Abbiamo bisogno di cielo non per scappare dalla terra, ma perché senza il cielo la terra diventa una scatola nera nella quale siamo chiusi. Solo il cielo ci aiuta a comprendere chi siamo per davvero: con le sue dimensioni umilia quando ci facciamo grandi da soli, ma rende grande il piccolo che siamo. […]

Cercare il cielo, salire in alto ci aiuta a stare in basso e a vivere bene, sulla terra, il nostro attimo e sapere che il cielo, mistero di amore, è specchio di quello che abbiamo dentro di noi, l’anima, perché siamo fatti davvero a sua immagine. E se viviamo non disanimati o onnipotenti, ma con anima, siamo uomini veri e forse anche angeli veri. […]

Portiamo le preghiere di un’intera città degli uomini, diventata deserta, attaccata da un nemico che provoca paura, angoscia, sofferenza. Abbiamo deposto [presso l’icona mariana custodita nel santuario] i nomi di quanti sono morti in questi giorni, perché per una madre il figlio non è mai un numero o anonimo. Se ne sono andati via senza poterli salutare come avremmo e avrebbero desiderato loro e le loro famiglie. […]

Questi giorni ci servono per irrobustire l’uomo interiore, liberi dalle apparenze che tanto ci rovinano. Capiamo come il male non è mai uno scherzo, non ha confini e colpisce tutti, ma proprio tutti. E se c’è una pan-demia sentiamo in questa casa un pan-amore, che unisce il villaggio globale del mondo.

Accolti da questa madre capiamo che siamo figli e quindi fratelli e che lei ci insegna a unire le nostre mani e versa tanto azzurro nel nostro cuore: azzurro di cielo che è la generosità, la gratuità, la simpatia, la tenerezza, l’ascolto, il rispetto, la fiducia, la speranza. Ci aiuta nelle avversità a convertirci, a non pensare che ci castiga ma a sapere leggere i segni, a non salvare noi stessi e pensare solo a «sfangarla», ma a capire, a cercare la forza vera dell’uomo, la bellezza struggente della nostra vita debole ma fatta per essere eterna e capire il mistero di Dio che si è fatto uomo e che ci fa uomini.

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