«Anche il profeta e il sacerdote si aggirano senza comprendere». Il pianto di Geremia

Depositata nella memoria per averla tante volte pregata nella liturgia delle ore, si è improvvisamente materializzata un’espressione di Geremia dentro il mio disorientamento di questi giorni, che è di tutti: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per la regione senza comprendere» (Ger 14,18).

Per la verità la frase era quella della versione liturgica «si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare», ma poi l’ho modificata perché ancora più calzante nella sua nuova versione testuale.

Il sacerdote e il profeta che vagano (magari non fisicamente, ma certo con la mente e con il cuore) e non riescono a tenere insieme (a «com-prendere») il senso di quanto un intero popolo sta vivendo.

Qualcosa sfugge dagli schemi. Non solo una situazione di smarrimento. Ma anche un ammonimento a non presumere precipitosamente di comprendere. Singolare situazione la mia di assommare (almeno secondo il mio ruolo pubblico) entrambe le figure. E analoga incomprensione.

 

Prima patire

Il sacerdote non comprende: l’uomo che abitualmente guida la preghiera della gente (e prova a farlo in questo tempo di caligine) si trova a corto di parole e di gesti, non perché non può celebrare pubblicamente il culto, ma perché sistematicamente nella sua mente, prima che possano affiorare sulle labbra, scarta le vacue espressioni consolatorie del mestierante, che non convincono lui stesso.

Il profeta non comprende. L’uomo che fino a poche settimane fa ha esercitato un ruolo pubblico di insegnamento si trova come in imbarazzo davanti ai suoi ascoltatori «in remoto». L’uomo che ha cercato con la massima lucidità possibile di discernere tra le ragioni, si trova sopraffatto dalla forza della passione, di ciò che lo colpisce e infetta il suo stesso raziocinio o forse lo feconda. L’uomo che aveva discettato sulle teorie della giustizia e del bene comune, talvolta come casi studio da manuale, scopre ora che non sono ora una mera ipotesi di scuola, ma l’evento drammatico che impone ancora di agire, e prima ancora di ritornare a sentire e a patire.

Poi ho provato a leggere integralmente al capitolo 14 di Geremia. Descrive le reazioni del popolo, dei sacerdoti, dei profeti e dell’autore in una situazione emergenziale di siccità. Ho provato a sforzarmi di capire. Nella circostanza descritta, a Geremia non resta che il pianto impotente, ma carico di compassione e pietà.

A differenza degli altri profeti, che rassicurano falsamente la gente creandosi un alibi per la loro incapacità di comprendere (cfr. 14, 13), Geremia nel suo lamento non giustifica Dio di fronte a un popolo di peccatori, né spiega il dramma vissuto dal popolo con argomentazioni elaborate per discriminare giusti e ingiusti, ragioni o torti.

Semplicemente, e come atto decisivo, con la sua persona assorbe il dolore, il dramma e lo sconcerto del suo popolo e lo presenta a Dio. Quasi lo forza quel Dio, che aveva fatto forza nella sua vita strappandolo a se stesso e consegnandolo alla sua vocazione, a non essere una presenza nascosta e fugace. Come un viandante che pernotta casualmente nella città, ma non solidarizza né si preoccupa di conoscere i problemi del popolo. Ancor più, Geremia stimola Dio a non cedere alla tentazione di sentirsi come un guerriero che già ha perso la guerra prima di scendere in campo (cf. 14, 8).

Geremia non si attribuisce qui altro ruolo, per la sua vocazione di profeta, che di essere lo schermo dello spettacolo tragico che ha davanti a sé (cf. 14,1-6. 17-18). Non lo commenta, né cerca ipotesi esplicative. Sospende per un attimo la logica della causa e degli effetti, del soppesare fine e mezzi. Due stratagemmi, in quel frangente, troppo pericolosi. Lo spietato deduttivismo di chi già conosceva e prevedeva; il calcolo utilitaristico e consequenzialista delle perdite inevitabili e del restante margine dei guadagni. Due pur nobilissime argomentazioni (morali) in altri tempi. Ma non in quello della catastrofe. Il silenzio assorbe il dolore e lo trasmette al Dio che già aveva forzato in giovinezza la sua inerzia, chiamandolo a essere profeta. La consolazione non sta senza la pietà che assorbe il dolore. È la distillazione di quel dolore.

 

Se saprai distinguere…

Fulminante anche la risposta divina a Geremia, che pure non si era posto la domanda: che cosa stai imparando da questo dramma? Quella domanda che troppe volte abbiamo sentito da più parti rivolta agli esperti, talvolta (ma non troppo) anche ai teologi e ai pastori. E con pronte e precipitose risposte. La risposta avviene dentro la sua lamentazione intrisa delle ragioni della pietà e con pietà, per una volta, nei confronti della sua stessa ragione

Il profeta potrà essere ancora profeta, pur senza comprendere fino in fondo. Ma non senza aver imparato a distinguere tra l’essenziale, il metallo prezioso che fa risaltare l’umanità più bella, e le scorie, che la rivestono e talvolta la nascondono deturpandola. Solo così potrà continuare a essere interprete della parola di Dio: «Se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca» (Ger 15,19).

Pier Davide Guenzi

teologo, presidente “ATISM”

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