C’è anche chi celebra messa via Skype: un embrione di partecipazione attiva?

In un recente articolo firmato dal domenicano Alberto Ambrosio su Avvenire, molto intenso, si suggeriva di accostarsi con amore e rispetto alla liturgia invisibile che si sta celebrando, in questi giorni, al capezzale dei nostri malati: è possibile cogliere, nel dolore vissuto in solitudine, una forma di ri-presentazione del dolore di Cristo, e riconoscere in esso e nel ministero della cura e della consolazione, svolti nel silenzio e nell’ordinarietà, il vero sacrificio gradito a Dio.

La lettura provoca in me un pensiero dolente. Io che mi inchino a questa messa invisibile, ma non posso farmi vicina fisicamente a chi soffre, come posso vivere questa vicinanza in una preghiera che in qualche forma mi aiuti a sentire di essere di aiuto, rendendomi parte della preghiera di tutti? Con quale forma la mia – specifica – compassione può diventare con-passione?

Uscire dal chiuso della mia casa mi è possibile solo attingendo alla comunione dei santi, l’intimo legame che è stato generato in me con il battesimo e che mi unisce in Cristo non solo con ogni cristiano, ma con ogni uomo e donna creato a immagine di Dio, di cui io so, per grazia battesimale, di essere sorella. Il luogo fondamentale dove questa unità profonda ordinariamente si rinnova è la mensa del pane e della Parola.

Ora che questa mi è fisicamente preclusa, uno dei modi che ho per non essere del tutto privata del suo sostegno è rappresentato dalle diverse trasmissioni offerte dai new media. Certo, non si realizza attraverso di esse una presenza reale, ma posso comunque pormi in ascolto della voce di un altro che proclama la Parola, che così si fa carne; posso guardare a una mensa imbandita anche per me, donare il mio tempo, unirmi alla preghiera di altri e invocare lo Spirito. In comunione coi fratelli, mi sento aiutata a rileggere in Cristo ogni realtà, anche quella del deserto di oggi.

 

Si esce dall’anonimato, si crea intimità

Se è vero poi che andrebbe valorizzata la preghiera in famiglia, piuttosto che la semplice assistenza alla messa in streaming o in tv, è altrettanto vero che non ci possiamo inventare tutto d’un tratto una consuetudine con la preghiera familiare che fino a oggi abbiamo così poco curato, educato, promosso.

Domenica 22 marzo però ho vissuto un’esperienza del tutto nuova. Don Devis, un caro amico, mi ha invitato alla messa via Skype che presiedeva. La conference-call è un passaggio ulteriore rispetto alle forme a cui ci stiamo abituando, perché si dipana attraverso un canale a due direzioni, in e out. Viene offerta così la possibilità a chi si collega di interagire, di non essere solo spettatore ma attore della celebrazione, in un embrione di partecipazione attiva. Ma come si realizza?

In primo luogo si esce dall’anonimato: tutti siamo presenti con nome e cognome, come consente il collegamento. Si agisce sul proprio microfono che viene acceso quando si tratta di rispondere, spento quando il prete o i lettori parlano. I lettori proclamano la Parola dall’ambone della propria casa, che assume una specialissima dignità sacramentale dilatando i confini dell’edificio-chiesa e facendo anche delle case il luogo del culto; si ritrova l’espressione corale di voci maschili e femminili, giovani e meno giovani, che allarga il cuore.

Abbiamo pregato insieme e si è creata intimità, a partire dal set-up iniziale che ha richiesto un buon quarto d’ora di «Signora Paola, per aumentare il segnale disconnetta la sua telecamera e lavori sull’audio; signora Assunta, se vuole vedere don Devis deve mettere la sua icona al centro; Nicola, spegni la radio». Durante la messa ci è stato chiesto poi di non toccare più le impostazioni, cosa che quasi tutti abbiamo fatto…

 

Interattività, non presenza corporea

I piccoli incidenti durante il percorso hanno consentito però, paradossalmente, di sentirci più vicini, di far uscire le parole delle rubriche dalla rigidità, per passare alla consapevolezza più piena che ciascuno era lì, e che poteva contribuire in modo determinante all’efficacia di quanto stavamo vivendo. Ci siamo augurati a vicenda «la pace sia con te» e abbiamo fatto la comunione spirituale.

Certo, il pane è ancora un desiderio, il deserto non è ancora finito. Ma, con tutte le limitazioni del caso – il piccolo numero di accessi consentiti dalla piattaforma, per esempio, o la necessità di imparare a interagire assumendo una consuetudine con il mezzo che non è così scontata – trovo che sia necessario lavorare su questa che è una vera opportunità.

E poi mi chiedo: sarebbe ipotizzabile che la CEI strutturasse per le diocesi una piattaforma specifica, sul tipo di quella che usiamo per fare lezione a distanza?

Potremmo accedervi per vivere in modo un po’ più interattivo qualsiasi proposta celebrativa, pur senza alcuna pretesa di sostituire la necessaria presenza corporea… Io ho tre figli sposati, e tre nipotini bellissimi. Quando comunichiamo in videochiamata, vedere il loro sorriso è per me straordinario. Certo, preferirei abbracciarli; ma fintanto che non posso, almeno riesco a parlare con loro guardandoli negli occhi.

La strutturazione di un simile canale avrebbe un senso anche dal punto di vista ecclesiologico: se ciascuna diocesi potesse avere una propria configurazione, si manterrebbe anche nella dimensione digitale l’identità della comunità reale. Comprendo che è una cosa che non si può realizzare così, su due piedi. Ma potrebbe essere di aiuto anche per il futuro, penso per esempio agli ammalati e alla loro solitudine. Vale la pena, mi pare, considerarla.

Assunta Steccanella

pastoralista

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