5 MINUTI CON… mons. Castellucci Chiesa – coronavirus. La dimensione liturgica della casa

Con l’intervista a mons. Erio Castellucci, vescovo di Modena-Nonantola, dedicata in gran parte alle misure che la Chiesa sta adottando per far fronte all’emergenza Coronavirus, inauguriamo una nuova rubrica di contributi audio dal titolo “5 minuti con…” 

 

 

Mons. Erio Castellucci, voi state già riflettendo e pensando a come si celebrerà questa Pasqua?

«La CEI ha chiesto qualche suggerimento e il cardinal Zuppi, per la regione Emilia-Romagna, sta coordinando le diverse proposte. Ormai siamo tutti convinti e rassegnati al fatto che non si potranno proporre celebrazioni pubbliche in questo clima e con questi pericoli, quindi stiamo cercando delle possibilità alternative».

 

In questi giorni i cristiani stanno pregando in solitudine, nelle proprie abitazioni. L’invito del papa e dei vescovi è di riscoprire la preghiera in famiglia. È un ritorno all’organizzazione della Chiesa primitiva, che è nata nelle case?

«Non solo nella Chiesa primitiva, anche oggi, nei luoghi dove ci sono piccole comunità sparse in grandi territori o dove le comunità sono perseguitate, la casa o la capanna o la tenda rimane ancora il luogo della riunione sia comunitaria che familiare. La stessa espressione “Chiesa domestica” ha origine di qui: inizialmente non era semplicemente la famiglia, ma l’insieme delle persone che si ritrovavano presso una famiglia. Quindi certamente, non solo in base all’emergenza, si dovrà valorizzare maggiormente come pastorale ordinaria la dimensione della casa».

 

In che modo il modello liturgico ebraico può essere mutuato rispetto alle forme di preghiera nelle proprie abitazioni?

«Certamente questo può essere un modello integrativo. Probabilmente nei prossimi giorni sarà anche alternativo mantenendo anche la possibilità di accedere attraverso la televisione e il digitale alle celebrazioni comuni della parrocchia o della diocesi. Ma molti hanno anche bisogno di ritrovarsi, di vedere il volto del loro parroco, del vescovo o del papa, quindi questo modello non basterà. Non basterà certamente a Pasqua e non basterà neanche in futuro. Credo che una delle opportunità in questa situazione drammatica sia quella di ripensare un’integrazione tra liturgie familiari o nelle case e liturgie comunitarie di tutta la parrocchia e della diocesi. Nella nostra tradizione abbiamo un po’ trascurato questo aspetto domestico per il fatto che c’è la bellezza di ritrovarsi tutti insieme e ci sono maggiori opportunità, ma credo proprio che a partire dal rito ebraico della Pasqua qualcosa possiamo desumere».

 

Nei giorni scorsi sono state diffuse le immagini strazianti delle salme trasferite dalla provincia di Bergamo sui mezzi dell’Esercito per la sepoltura in alcuni cimiteri dell’Emilia-Romagna. Tra questi anche Modena. Qual è stato il suo pensiero davanti a questa scena?

«Quando ho visto quelle immagini e dopo il racconto in diretta di un operatore il mio pensiero è stato molto mesto. Ho pensato come sia simbolico questo fatto: non riusciamo nemmeno ad accompagnare i morti che è l’ultimo atto delle opere di misericordia spirituali. Quindi vuol dire che siamo veramente in un’emergenza. Cerchiamo di supplire non solo con la preghiera ma anche con una vicinanza diversa alle persone colpite e ai loro familiari e anche di prospettare celebrazioni esequiali ritardate quando sarà possibile. Credo che veramente che sia l’ultima cosa il “lasciare che i morti seppelliscano i loro morti” secondo il proverbio citato da Gesù. Ora bisogna che noi ci facciamo anche portatori di un’attesa piena di speranza anche in queste situazioni».

Paolo Tomassone

Giornalista

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