5 MINUTI CON… don Soddu – I poveri e il coronavirus. Il respiro della solidarietà

L’eccezionalità della sfida di Covid-19 e le attuali straordinarie misure di contenimento della diffusione del virus stanno mettendo a dura prova la solidarietà. Le Caritas diocesane e quelle parrocchiali, pur rimodulando i loro servizi per adeguarli alle indicazioni governative, non lasciano indietro le richieste dei più fragili. Ne abbiamo parlato con don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana.

Monsignor Soddu, quali sono le forze straordinarie che la Caritas ha messo in campo per affrontare questa emergenza a livello nazionale e anche nei territori e nelle diocesi italiane.

«In Italia la Caritas è strutturata secondo la specificità ecclesiale, per cui laddove è presente la Chiesa – e in Italia è presente in maniera capillare – lì è presente la Caritas. Perciò tutto quello che la Caritas mette in campo in situazioni come queste non è altro che il ravvisare quello spirito di Chiesa che è presente in quella data regione e in quel dato luogo.

È molto importante in questo momento fare un richiamo a quel passaggio dell’Evangelii gaudium laddove papa Francesco dice che nella misura in cui ogni comunità non si prende cura delle fragilità correrà il rischio del proprio disfacimento. Questo, secondo me, è un crocevia per capire effettivamente che nella misura in cui si mette in atto la solidarietà la comunità riprende fiato, riprende vigore e manifesta tutta la sua potenzialità.

Le forze di Caritas quindi sono le stesse forze della Chiesa nel territorio italiano. E mi pare che siano tante. Sono tutte in campo. Ciò che la Caritas a livello nazionale sta facendo dà forza e vigore per cercare di tessere i legami e far sentire tutti parte della medesima famiglia».

 

Dal vostro osservatorio, quali sono le persone più in difficoltà in queste ore?

«Sono i poveri classici, quelli che venivano identificati come cronici che dal giorno in cui è stata dichiarata la pandemia, quando ciascuno è stato costretto a restare nella propria casa, si sono sentiti ancora più poveri perché addirittura non potevano rimanere per strada e in molte città sono stati anche denunciati perché non erano sotto un tetto. Sto alludendo ai senza fissa dimora. Ma ci sono tutti quei poveri che si recavano alle mense della Caritas per poter mangiare, per avere un minimo di pulizia personale, per poter avere un alloggio. Tutto questo è elevato alla potenza.

Ho sentito molti direttori delle Caritas diocesane, soprattutto quelli nella “zona rossa”, che stanno comunque portando avanti molti servizi; molti di questi non possono essere espletati per ovvie ragioni, ma si sta cercando di portare avanti i servizi sostanziali in una maniera coraggiosa ed eroica. Molti dei volontari, soprattutto quelli più anziani e quindi più esposti, pur manifestando il dolore per una resa delle proprie armi, sono rientrati nelle proprie famiglie per una questione di sicurezza propria e anche dei familiari».

 

Esistono delle nuove povertà in questo tempo di Coronavirus?

«Prendiamo come esempio il virus: nel momento in cui viene aggredito, muta la propria sostanza. Così sono le povertà: nel momento in cui si presentano, cambiano e hanno un nuovo volto. Penso a tutti quelli catalogati come poveri che oggi manifestano una povertà ulteriore. E tra questi inseriamo anche quelli che vorrebbero esprimere la loro vitalità, ad esempio gli infermieri che si trovano a dover affrontare una situazione in funzione della quale non è possibile intervenire. Le Caritas e le diocesi hanno messo a disposizione delle strutture di accoglienza per coloro che potrebbero svolgere un servizio negli ospedali.

Poi dall’altra parte ci sono coloro che dovendo espletare il periodo di quarantena non hanno un luogo di accoglienza idoneo e si trovano a dover affrontare una situazione nuova di povertà. Anche per queste persone vengono portate avanti delle azioni virtuose e vengono messe a disposizione delle strutture. Siamo solo all’inizio, perché una nuova povertà così difficile da individuare e così complessa da strutturare».

27 marzo 2020

Paolo Tomassone

Giornalista

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