Sia nei confronti della donna di Samaria, sia nei confronti del cieco, Gesù mostra una totale attenzione alla persona. Tale attenzione appare ancora nei confronti di una piccola e anomala famiglia di tre: due sorelle e un fratello. Abitano, secondo la tradizione, in un villaggio distante circa 3 km da Gerusalemme, sulle pendici sud-est del Monte degli ulivi, sulla strada per Gerico. Si chiama Al Azariyeh, e come si vede conserva nel nome arabo un ricordo di Lazzaro.

Questo piccolo nucleo familiare ha le due donne come protagoniste, e già questo è un fatto singolare: Marta sembra avere il ruolo di capofamiglia, Maria assume il ruolo e la postura, tutta maschile, del discepolo (cf. 10,39). Lazzaro è sullo sfondo; di lui colpisce il silenzio: gli evangelisti non ne riportano una parola, un gesto, un cenno. Pare che la sua opera più significativa si realizzi nella morte. Eppure di lui si dice per ben tre volte che Gesù lo amava – e la cosa era di dominio pubblico (11,3.5.36) –, anzi piange e si commuove per lui (cf. 11,35.38) tanto che, secondo alcuni discussi interpreti, sarebbe il discepolo amato ricordato da Giovanni.

Questa insistenza è sorprendente, tanto più che di Gesù non sappiamo poi molto: niente del suo aspetto fisico, degli anni della sua formazione e di tutto quello che, in generale, ci interessa sapere di una persona eminente. Gli evangelisti seguono un criterio di necessità rispetto al mistero, non rispetto alla cronaca.

Lo scambio di battute coi discepoli prima, e con Marta poi, dice però alcune cose essenziali: la morte di Lazzaro è per la fede dei discepoli (cf. 11,15) e per vedere la gloria di Dio (cf. 11,40), così come la condizione del cieco era rivelativa delle grandi opere di Dio (cf. 9,3); in questo contesto Gesù stesso poi si autorivela come la risurrezione e la vita (cf. 11,25).

È difficile pensare a una morte che manifesti la gloria, soprattutto in tempi come i nostri in cui la morte sembra prevalere su tutto, specialmente sui deboli e sugli indifesi. Marta comunque «sa» (oida) che Dio farà ciò che Gesù chiede (cf. 11,22) e che Lazzaro risorgerà nell’ultimo giorno (11,24), come insegnava e insegna l’ebraismo. Gesù invece anticipa il tempo: Marta «vedrà» (opse, 11,40) la gloria di Dio, con una sorta di passaggio, dalla fede che sa perché crede, all’evidenza di chi può constatare che ciò che è promesso è già qui.

Marta rappresenta la fede d’Israele, alla quale Gesù dice che chi accede alla vita (zoe) e alla pienezza di vita che viene dalla fede in lui, certamente muore all’esistenza in senso biologico (Lazzaro infatti morirà poi come tutti), ma continua a vivere al di là della morte. Tale è la gloria di Dio che qui si può vedere, come Gesù promette, e che egli stesso manifesterà compiutamente con la sua risurrezione per non più morire.

Un segno di questa vita senza fine è in certo modo nella libertà con cui Gesù si espone alla morte rianimando Lazzaro. Questo segno, infatti, il settimo e ultimo della serie, diventa particolarmente decisivo per quel che riguarda Gesù e il suo destino (11,45ss).

Il racconto nel suo insieme è piuttosto concitato: prima la discussione coi discepoli, poi l’incontro con le sorelle, l’andata al sepolcro e il «risveglio» di Lazzaro, ma in tutto questo muoversi, accorrere, discutere, Lazzaro tace.

Nessuna parola di ringraziamento, nessuna esclamazione ammirata e neppure di sgomento dopo i giorni passati nel sepolcro.

Se in casa erano le sorelle a parlare, se in Gv 12 vediamo Lazzaro partecipare a un banchetto in cui sono di nuovo le sorelle a essere in primo piano, ci si può chiedere il perché di questo silenzio che precede e accompagna l’esperienza della morte. Nessun commentatore, a quanto sembra, si è fermato su questo dettaglio.

Possiamo formulare un’ipotesi, con tutte le cautele possibili. L’evangelista attraverso Lazzaro vuol manifestarci che non è necessario essere in primo piano per essere protagonisti, ma che c’è una parola che conta ed è decisiva. È una parola da ascoltare in profondità, da meditare e a cui obbedire, perché è l’unica che può cambiare la nostra vita, trasformandola da semplice esistenza in vita senza fine.

Di fronte a una tale parola non c’è che il silenzio.

 

 

Rubrica La Parola in cammino – commento alle letture per la liturgia della V Domenica di Quaresima Ez 37,12-14; Sal 130 (129); Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

 

27 marzo 2020

Stefania Monti

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