Come ha riferito Avvenire il giorno dopo, elaborando in proprio i dati Auditel, dal punto di vista televisivo la diretta della preghiera per la fine della pandemia pronunciata da papa Francesco venerdì 27 marzo e trasmessa in contemporanea da nove reti nazionali è stata seguita da 17,4 milioni di telespettatori, con uno share del 64,6%. Tra i pochi cronisti presenti all’evento, di là dalle transenne che isolavano piazza San Pietro, c’era Vania De Luca, vaticanista di RaiNews24. Il suo racconto da dietro alla telecamera, che riprendiamo dal sito dell’UCSI, offre una chiave per andare oltre questi dati (G. Mc).

Con la sua capacità di fare memoria, di stare nel presente e contemporaneamente di guardare al futuro da costruire, nell’omelia della messa quotidiana a Santa Marta del 28 marzo papa Francesco ha sottolineato il dramma che c’è quando avviene una spaccatura tra le élite dei dirigenti religiosi e il popolo. Vicinanza ha chiesto – raccomandato – sin dai primi giorni in cui la pandemia ha imposto – a tutti – le distanze.

E lui stesso ha voluto farsi ponte tra la terra e il cielo, con quell’ora di preghiera sul sagrato della basilica di san Pietro, venerdì 27 marzo, dove è arrivato a piedi, da solo, all’imbrunire, da una piazza vuota, già bagnata dalla pioggia. Un momento straordinario, seguito in tutto il mondo, e iniziato con l’ascolto della Parola. Un’omelia da leggere e meditare, con l’invito – radicale, per tutti – a rivedere degli stili di vita che non reggono più.

 

Testimone con la mascherina

Ero tra i pochi in diretta subito fuori la piazza, testimone inconsapevole di un evento storico eppure per me straniante. Ho seguito decine e decine di dirette da San Pietro e da tanti paesi del mondo, ma mai in una condizione così. Le uniche poche persone ammesse nell’area erano le forze dell’ordine, pochi operatori dell’informazione e qualche senza fissa dimora sotto il colonnato della Sala stampa vaticana. Tutti con le mascherine, qualcuno con i guanti, ogni tanto occhi che si incrociano in cui leggi la paura, la compassione, la diffidenza, in qualche caso rigidità o fermezza. Dicono molto, in questi giorni, gli occhi che si incrociano.

Non avevo ritorno audio video, e – come mai mi era capitato – la diretta non era trasmessa dai maxischermi in piazza. L’ho accompagnata al meglio che ho potuto. Dopo un’ora sotto la pioggia (l’ombrello riparava la telecamera) l’acqua mi era entrata nella giacca e lungo la schiena, poi dalle maniche fino ai gomiti, e dentro le scarpe. I fogli che avevo in mano si erano resi presto inutilizzabili, e si potevano strizzare. Mi è capitato qualcosa di simile a Nagasaki, quando l’operatore era perplesso dall’uscire sotto il temporale, ma mi imposi: «siamo qui, è storia, e ci saremo come possiamo».

Mi ha impressionata, verso la fine della diretta, sentire le campane di san Pietro e le sirena di una o più ambulanze, non lontane, ma vicine, quasi più delle campane. Due suoni sovrapposti, come se l’uno entrasse dentro l’altro.
In redazione ho asciugato un po’ i capelli con la carta, e per fortuna avevo una maglietta di ricambio, estiva ma almeno asciutta.

 

Non è stato solo lavoro

Al montaggio del pezzo conclusivo ho recuperato un po’ di senso della realtà, e anche di quello che poco prima era avvenuto in piazza.
Ho ricordato al collega montatore che quello che stiamo facendo in questi giorni di resistenza non è solo il lavoro che alcuni di noi hanno amato, che hanno scelto o per il quale sono stati scelti. Quello che stiamo facendo è il nostro dovere, la nostra piccola parte quotidiana che ci inserisce tra quelle persone comuni citate dal papa nell’omelia di poco prima. Persone «che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia».

Il papa ha citato «medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo». Ci siamo anche noi giornalisti e operatori dell’informazione come questa parte di comunità. Personalmente sento come un privilegio, nel dramma collettivo, poter accompagnare in un palinsesto generalista la voce di presenza e di speranza del papa.

Nella prudenza che a tutti si impone i pochi che passano in redazione cercano di tutelarsi l’un con l’altro, e cercano di tutelare degli spazi di lavoro, gli studi, le salette di montaggio. Il lavoro fa parte della vita, resistere è vivere. E il nostro, lo sentiamo, non è solo lavoro.

Vania De Luca

Presidente UCSI

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