Quest’anno la IV domenica di Quaresima una famiglia mi ha invitato a pregare: ovviamente, in teleconferenza. Non era una preghiera in streaming: l’invito a entrare a casa loro mi ha posto fin da subito in un atteggiamento diverso da colui che guarda la TV. Le videochiamate, così frequenti in questo tempo, ci obbligano a una cosa soltanto (senza camminare col telefono in mano o fare altre cose nel frattempo): fissare il volto dell’altro. Allo stesso tempo ci lasciano entrare nelle case altrui e mostrare un po’ di casa nostra, della nostra intimità.

Ho assistito anche a una parte di preparativi: il papà che manda i figli a vestirsi bene «perché oggi è un giorno diverso dagli altri»; un bambino di 6 anni che scende con la camicia e il cravattino; marito e moglie che stendono una tovaglia blu lucida; al centro una candela. Tutti seduti attorno alla tavola, qualche istante di silenzio, di stupore e forse anche di imbarazzo, il segno della croce, il racconto dell’incontro di Gesù con un uomo cieco dalla nascita, l’invito a fare un semplice gesto prima di ricordare i nomi di alcune persone e pregare insieme con le parole del Padre Nostro: toccare gli occhi chiusi degli altri. Un gesto compiuto con delicatezza e sorrisi, dalla cui pienezza io ero escluso.

 

Sulla scia di questo incontro, ci siamo riuniti con alcune famiglie per prepararci alla Settimana santa, a partire da alcuni schemi di preghiera in casa reperiti su Internet e preparati da gruppi, uffici diocesani e case editrici. Qualcuno aveva provato a utilizzarli e la condivisione è iniziata spontaneamente con il confronto su questo materiale e pensando a nuove idee.

A un certo punto è emersa la domanda: le famiglie hanno bisogno di uno schema già pronto o di alcuni spunti da utilizzare a seconda della propria situazione? Se è vero che uno schema pronto può alleggerire dalla fatica di pensare e preparare, è vero anche che, come ha detto una mamma, «in questo tempo siamo pieni di cose da fare. Siamo bombardati. Avrei bisogno di un po’ di calma». La conseguente ipotesi di rendere gli adulti protagonisti e di sentirsi trattati da adulti, senza la preoccupazione di eseguire l’ennesimo compito, ha rasserenato i volti e fatto tirare visibilmente un sospiro di sollievo.

Così sono state condivise le modalità di preghiera vissute in famiglia. Una giovane mamma ha raccontato: «Con la bambina piccola mi trovo durante il giorno, spontaneamente, a cantarle canzoni su Gesù che ho imparato alla scuola dell’infanzia con l’altro figlio che, quando mi sente, viene anche lui e canta con me. Non seguo nessuno schema, ma in questo periodo preghiamo così», mentre un papà tentava continuamente di inserirsi nei discorsi per mostrare i disegni che tutti, genitori compresi, avevano fatto la domenica precedente sul cieco che camminava per la città, con il fango sugli occhi, chiedendo informazioni per arrivare alla fontana.

Un’altra coppia ha detto: «Nostro figlio adolescente, dopo la proposta di pregare insieme la domenica, ci ha risposto: “io partecipo ma vi guardo”. Siamo stati felici di queste parole, visto che di solito a messa non vuole venire». Che poi «io partecipo ma vi guardo» non è molto lontano dalla forma di presenza di alcuni adulti, in chiesa o davanti allo schermo…

Un altro papà ha espresso un desiderio: «Mi piacerebbe pensare al “dopo” e soprattutto a tenere la porta di casa aperta, o almeno la finestra aperta sul mondo».

Da questa breve condivisione emergono alcuni tratti della spiritualità di una famiglia, che non coincide immediatamente con la preghiera, ma di questa si nutre: è dentro i ritmi della vita quotidiana, con semplicità e anche spontaneità, si alimenta delle relazioni, segnate da tensioni di crescita e da momenti di stagnazione, chiede la partecipazione di tutti, è caratterizzata dall’essere insieme e dal fare insieme, ha come orizzonte il mondo intero, per imparare ad «abitare oltre i limiti della propria casa» (Amoris laetitia, n. 276).

È una spiritualità che ha come focus le relazioni familiari: il linguaggio relazionale è utilizzato dalla tradizione biblica e i Vangeli ci mostrano Gesù attento e appassionato di relazioni, presente in molte case. Chi vive il sacramento del matrimonio sa e sperimenta che la relazione con il coniuge è resa segno e strumento dell’amore del Signore ed è la via principale per incontrarlo e lasciarsi raggiungere da lui. La situazione attuale ne sta rivelando la qualità, assieme anche al grado di unità e di flessibilità: la prospettiva che la futura normalità non sarà come quella che abbiamo conosciuto sta provocando preoccupazione ma anche stimoli a prendersi cura in modo nuovo delle proprie relazioni.

È a questa spiritualità familiare che potrebbe esser dato spazio durante la Settimana santa. Il bel verbo inglese utilizzato per festeggiare (un compleanno o una macchina nuova) è to celebrate: non solo liturgie da seguire o da mettere in campo, ma vita da celebrare; non principalmente preoccupati di seguire schemi, ma di spezzare la propria vita.

Il giovedì celebrare il dono del nostro corpo e i servizi che ci si sta rendendo gli uni verso gli altri e il nostro bisogno che il Signore si prenda cura di noi; il venerdì celebrare le fatiche, i silenzi, le domande e le inquietudini e il bacio che diamo a colui che conosce la morte. La grande domenica celebrare una ripartenza, un gesto di tenerezza in coppia dopo tanto tempo, la cura tra fratelli, il pane cucinato insieme, una partita a Monopoli durata tutta la notte, i toast mangiati sul divano per una serata diversa, un amico ritrovato grazie a una telefonata ricevuta «perché volevo chiederti scusa», la proposta di un posto vuoto a tavola per accogliere, quando si potrà, una persona sola. Nell’attesa di poter terminare di temere la presenza dell’altro e doverlo scansare e potersi offrire reciprocamente saluti calorosi e abbracci nel giorno senza distanze.

Spero che altre famiglie mi invitino a pregare anche durante il tempo ordinario, per aiutarmi a prestare attenzione a ciò che sostiene le persone e dà loro gioia, segno della presenza e dell’azione della risurrezione nella storia e nelle storie umane.

Una signora uscendo dal reparto dell’ospedale ha ringraziato medici, infermieri, personale delle pulizie dicendo: «Qui ho trovato tanta umanità». Che bello poterlo sentir dire a proposito di tante famiglie e delle nostre comunità cristiane anche al tempo del coronavirus.

Francesco Pesce

Teologo

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