In questi tempi bui, in cui siamo costretti a vivere tra le mura di casa, ci sentiamo smarriti e impotenti, con un grande bisogno di capire cosa sta accadendo attorno a noi e dentro di noi. Ci sono voci che, resistendo al tempo e alle mode, aiutano ad alimentare una nuova speranza nonostante la crisi sanitaria del coronavirus. Chiunque le può ascoltare, ogni giorno alle 12, collegandosi ai canali social dell’università di Bologna. Grazie all’iniziativa “Parole per noi” ideata dal Centro Studi “La permanenza del Classico, diretto da Ivano Dionigi, presidente della Pontificia Accademia di Latinità.

Professor Dionigi, perché avete ideato la rassegna «Parole per noi»? Perché Seneca, Platone, Virgilio possono dire qualcosa agli uomini e alle donne feriti da questa epidemia?

«Oggi di fronte a questa tragedia c’è la solitudine e il dolore, per la perdita dei cari, ci sarà in prospettiva la perdita di lavoro per tanti. Di fronte a questa tragedia io credo che le priorità siano chiare. In primo luogo la cura, la sanità, la medicina e quindi la scienza, affiancata da tanta solidarietà e carità. E poi c’è la politica che deve provvedere subito e prevedere per il dopo. Pertanto le nostre parole credo siano inadeguate e possano essere addirittura improprie. Noi ci siamo affidati alle parole dei grandi classici, parole che resistono al tempo e alle mode; i classici, coloro che hanno scritto per noi e di noi. E abbiamo scelto dei testi affidati a degli artisti che hanno frequentato le nostre letture di Santa Lucia. Ad esempio la Fuga di Enea da Troia raccontata da Virgilio, come Enea che prende sulle spalle il vecchio Anchise perché nessuno, neppure il vecchio, resti indietro. Oppure il testo esemplare della Repubblica di Platone dove si nega la privatizzazione non solo dei beni materiali, ma anche del dolore e della felicità. Perché dolore e felicità non sono proprietà individuali, singole, private. In una città se uno soffre – dice Platone – tutti soffrono, se uno gioisce tutti gioiscono. Abbiamo scelto anche un testo sul medico, l’Elogio del medico, professione oggi rimessa al centro ma troppo a lungo mortificata. Abbiamo testi di Seneca sul tempo. Insomma abbiamo scelto autori e testi che aiutano a riflettere sulla nostra condizione in generale, sul nostro destino e anche su questi giorni particolari».

 

Nella preghiera straordinaria indetta il 27 marzo per chiedere la fine della pandemia, papa Francesco ci ha ricordato che siamo su una barca in balia delle onde e come i discepoli ci sentiamo perduti. Perché il “mare” fa così paura?

«Quello del mare è un grande tema sia per la sua realtà che per la sua simbologia. Già Borges diceva che “Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare”. Il mare è stato caratterizzato nella classicità da una duplicità e ambiguità. È proprio Ulisse che temerariamente è amante del mare e ne è invece vittima di questa forza paurosa e ostile. Per Seneca è ambigua la navigazione perché ora era simbolo ora di rovinosa avidità mercantile e di empia violazione della natura, ora anche di conoscenza e di curiositas positiva. Fino a diventare di segno univocamente negativo in Agostino, che dichiara a chiare lettere “il mare è male”, mare malum, mentre la terra è fidelis e simbolo della vita, il mare è infidele e simbolo della morte. Nel commento al Salmo 6,5 dice “I pagani da mare che erano sono diventati terra”. Agostino congeda la sapienza classica e si affida a quella biblica per la quale anche “alla fine dei tempi ci saranno – come dice l’Apocalisse – nuovi cieli e nuove terre, ma il mare no” come dice l’Apocalisse, anche se Agostino ricorrerà all’immagine del mare e della navigazione dove dice che il legno della croce di Cristo ci consente di attraversare il mare di questo secolo. Ecco ci vuole qualcuno che dice “non abbiate paura di affondare, ci sono io”».

 

Ora ci siamo imbattuti nel Covid-19, ma quali sono gli altri virus che tormentano la nostra società?

«Io ne vorrei segnalare uno, che è quello della delegittimazione del limite: questo delirio dell’onnipotenza, questa rincorsa dell’eterna giovinezza, questo violentare la natura. Bisogna ricordarsi di quel famoso stasimo dell’Antigone di Sofocle, che l’uomo è caratterizzato dalla parola finis, che è la fine. L’uomo pone rimedio a tutto, trova il farmaco per tutto, risolve tutti i problemi, però uno non lo risolvi. Qui c’è la delegittimazione del limite, il credere a Prometeo onnipotente e infinito. Bisognerà affiancare a Prometeo la tecnica che sta sopravanzando, sta prevalendo, sta invadendo il territorio dell’umano, ma oltre all’uomo bisogna affiancare Socrate che pone delle domande: chi sei? Qui si cerca di rispondere immediatamente senza porsi delle domande. Invece con Socrate occorre recuperare il tempo, l’arte della sintesi che è il pensiero lungo rispetto a tutti questi pensieri iper specialistici della tecnologia. Benvenuta tecnologia, grande forma avanzata della conoscenza, ma se ci consegniamo a lei rischiamo di essere preda di un grande, pericolosissimo virus».

 

Una volta usciti dall’emergenza, cosa resterà di questo nostro mondo, di queste nostre vite? C’è qualcosa che riteniamo importante adesso e non lo sarà in futuro? Come prevede il futuro? Sarà un futuro diverso rispetto alla strada in cui ci eravamo incamminati finora?

«Per un verso è molto semplice e per un altro verso il futuro è oscuro. Certo l’impatto sarà plurimo, sia per quanto riguarda soprattutto il mondo del lavoro, dell’economia, ma anche l’impatto sulle relazioni sociali e le modalità del convivere, ma anche l’impatto psicologico. Nulla sarà, nel contesto, più come prima, e io spero un po’ anche noi. Ma qui la mia fiducia un po’ zoppica. Io temo che i buoni torneranno a essere buoni, magari più buoni di prima, e i cattivi e i malvagi più malvagi di prima, gli stolti non meno stolti di prima. Dice Tacito: “finché ci saranno gli uomini ci saranno vizi”. Lui era un pessimista, ma la storia non esorta a molto ottimismo, vitia erunt donec homines.

Pensiamo all’esempio dei medici: oggi sono sull’altare ma la mia paura è che passata la grande paura li ributteremo nella polvere».

 

Ci sarà un momento in cui gli uomini potranno di nuovo tendere la mano e vivere insieme? Cosa avremo imparato da questa esperienza da “individui soli”?

«Dovremo avere imparato alcune lezioni. Innanzitutto comprendere che abbiamo commesso tanti errori, per esempio i tagli alla sanità, alla ricerca, alla rincorsa sfrenata all’individualismo. Poi dovremo comprendere che la politica è una cosa seria, e non pura pratica amministrativa o, ancora peggio, spartizione dei poteri, e quindi è da affidare ai migliori. E poi dovremo comprendere che la vita è una cosa seria e che va declinata al plurale; “noi” è il pronome che dovrà essere adottato, l’“io”, invece, dovrà rimanere sulla grammatica. Ognuno dipende dall’altro e chi non lo voleva capire per convinzione, per ragione illuministica o per carità cristiana, lo dovrà capire per necessità: siamo in cordata, ci salveremo tutti assieme o ci perderemo tutti.

Borges ne La forma della spada aveva detto: “ciò che fa un uomo è come se lo facessero tutti gli uomini”. Poi lui aggiungeva: “per questo non è ingiusto che una disobbedienza in un giardino contamini il genere umano; per questo non è ingiusto che la crocefissione di un solo giudeo basti a salvarlo”. E concludeva che: “forse Schopenhauer ha ragione: io sono gli altri, ogni uomo tutti gli uomini”. Auguro a ciascuno di noi di apprendere questa lezione».

 

4 aprile 2020

Paolo Tomassone

Giornalista

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