I media hanno rilanciato un’intervista televisiva di Matteo Salvini, segretario della Lega e leader del più consistente partito d’opposizione, che, nell’invocare la revoca per la prossima Pasqua del provvedimento che vieta celebrazioni liturgiche collettive (mi pare si possa tradurre così il suo linguaggio impreciso e fuorviante sulla «chiusura delle chiese»), ricorda, assai opportunamente, che la scienza da sola non può risolvere il problema dell’uscita dalla crisi della pandemia. Non si limita però a rilevare come vi sia un nesso tra la vita religiosa e la speranza che l’espressione della fede alimenta, indica anche nella devozione al Cuore immacolato di Maria la concreta pratica che può aiutare la soluzione del problema. Si tratta del resto di un riferimento devozionale che emerge spesso nel suo discorso pubblico: dai comizi elettorali agli interventi in Senato, l’invocazione della protezione di Maria sotto questo titolo è infatti ritornata frequentemente.

 

Ostentazione e raccolta di consenso

Per quanto l’ultima uscita tenda a confondere liturgia e devozione, si tratta di una manifestazione di pietà personale che merita profondo rispetto. Tuttavia, pubblicamente espressa da un uomo politico di rilievo che chiede consenso per guidare il paese, va anche esaminata con attenzione. In effetti alcuni osservatori hanno rilevato che si inserisce all’interno di un’ostentazione dei simboli della propria fede – dall’esibizione del rosario alla preghiera per i defunti recitata in uno show televisivo – che appare funzionale alla raccolta di consenso presso i settori conservatori e/o reazionari del cattolicesimo italiano.

Non c’è dubbio che alcuni suoi strati, vivendo con disagio quell’aggiornamento conciliare che si è proposto di distinguere il rilievo pubblico della fede dal culto ufficiale praticato dalle istituzioni statali e dai suoi rappresentanti, approvano questi comportamenti. Vi scorgono una rivalsa rispetto a una linea ecclesiale giudicata un incomprensibile arretramento rispetto ai tempi – ritenuti felici – nei quali Pio X denunciava la laicità, perché le istituzioni cessavano di prestare «culto sociale e onori pubblici» all’unica vera religione di stato (Vehementer nos, 1906). L’ostentazione dei simboli religiosi si rivolge insomma alla raccolta di consenso presso uno dei gruppi sociali che si ritiene possano supportare la prospettiva di conquista di egemonia politica della Lega.

 

Sull’uso politico della devozione

Si potrebbero portare buoni argomenti storici per dimostrare l’infondatezza della nostalgia passatista dei fedeli che aderiscono a questo progetto. Ma vale intanto la pena di ricorrere al passato per cercare di approfondire le ragioni che portano all’utilizzazione dei simboli messi in opera per realizzarlo. In effetti l’uso politico dei culti e della pietà non è certo una novità di oggi. La storia della Chiesa ne offre innumerevoli testimonianze.

Per limitarci all’età contemporanea, il cattolicesimo otto-novecentesco ha mostrato una straordinaria capacità di incanalare le forme più diffuse della devozione popolare a quel progetto di ricostruzione del regime di cristianità che veniva considerato come la via più adeguata con cui rispondere a un mondo moderno la cui tendenza verso la secolarizzazione veniva scambiata (con un errore di valutazione a caro prezzo pagato sul piano pastorale e a cui il Vaticano II ha cercato di porre rimedio) per volontà di scristianizzazione. In questo percorso le devozioni di volta in volta valorizzate assumevano un preciso significato, che gli studi storici – cercando di dipanare una materia assai complessa come è la religione popolare – stanno cercando di ricostruire.

 

Il ruolo del Cuore immacolato

Si può però dire che in questo contesto il culto al Cuore immacolato di Maria ha un ruolo ben definito: ha accompagnato sul piano religioso la mobilitazione politica dei cattolici in chiave anticomunista. Basta solo ricordare il ruolo che il riferimento a questo titolo della pietà mariana ha giocato nella lotta di Pio XII contro l’URSS (consacrazione della Russia) e contro i partiti comunisti dell’area atlantica (la Madonna pellegrina). Si può certo presumere che, rilanciando questa pubblica forma di devozione, il segretario della Lega (o il suo brain trust) ritenga di poter passare all’incasso elettorale del sentimento anticomunista che presso i devoti al Cuore immacolato di Maria si è inevitabilmente sedimentato nelle latenze del loro culto.

Eppure l’odierna ostentazione del simbolo costituisce il risvolto religioso di una proposta politica che si caratterizza per nuovi elementi costitutivi: la riproposizione dei pieni poteri al capo dell’esecutivo secondo il modello ungherese di «democrazia illiberale»; la continua erosione degli sforzi di superamento di stati-nazione di cui la pandemia ci mostra con tutta evidenza l’inadeguatezza; le acrobatiche manovre politiciste per mettere in difficoltà l’attuazione delle misure governative (ed ecclesiali) di risposta all’emergenza. In quest’ottica non fa meraviglia l’uso politico della devozione: si inserisce in una linea della nostra storia, di cui solo un ritardo culturale non ci consente di misurare i danni ecclesiali e civili; stupisce invece che la miseria del progetto politico cui si lega – anche, se si vuole, misurata su quello del passato – possa raccogliere adesione.

 

 

6 aprile 2020

Daniele Menozzi

Storico

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