La prima cena pasquale ebraica (seder) si è svolta la sera dell’8 aprile (14 Nissan 5780 secondo il computo ebraico). Pubblichiamo un contributo che Simonetta Della Seta (fino al prossimo giugno direttrice del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS – per poi passare alla direzione della Sezione europea dello Yad wa-Shem di Gerusalemme), ha inviato al SAE, il Segretariato Attività Ecumeniche.

Ogni anno, cominciando la lettura della Haggadah, la narrazione dell’uscita dall’Egitto, che segna il significato della Festa di Pesach, noi ebrei ci chiediamo: “cosa ha di diverso questa sera dalle altre sere?”. Nella notte tra il 14 e il 15 del mese di Nissan, che quest’anno – 5780 secondo il calendario ebraico – coincide con l’8 aprile, ci chiederemo anche: «cosa ha di diverso questo Pesach da tutti gli altri Pesach?». E rispondendo a questa duplice domanda, rifletteremo non solo sul significato universale del “passaggio” biblico dalla schiavitù alla libertà, ma anche sulle lezioni del momento storico che stiamo vivendo. Forse qualcuno, chissà, troverà perfino dei parallelismi tra queste due straordinarie e drammatiche vicende.

Pesach, la festa che ricorda la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana, è segnata da un vero e proprio “attraversamento”, quello del Mar Rosso, che sarà necessario per conquistare l’indipendenza e ricevere le Tavole della Legge, il nucleo centrale dell’etica.

Cosa ci è richiesto di fare per giungere sani e salvi “dall’altra parte”? Il riconoscimento dei miracoli? O anche preparazione, convinzione e partecipazione? Festeggiare Pesach richiede diversi giorni di preparazione. Per prima cosa, le famiglie ebraiche fanno una rigorosa pulizia della casa, eliminando qualsiasi traccia di cibo lievitato ( chametz). Un precetto rigoroso che simbolicamente ricorda la fuga dall’Egitto durante la quale gli ebrei non ebbero il tempo di far lievitare il pane. (Nella settimana di Pesach ci si alimenta infatti solo con pane azzimo, la matzah). Ma si tratta anche di una pulizia interiore, comportamentale, spirituale. Togliere il chametz dalla casa, significa anche eliminare da dentro di noi tutto ciò che è lievitato: arroganza, presunzione, giudizi non richiesti, parole di troppo. La sera precedente all’inizio di Pesach si ricerca il chametz, la mattina seguente si brucia quanto è rimasto.

A questo punto si arriva alla organizzazione della cena rituale, il seder, il pasto festivo scandito dalla lettura della Haggadah, il libro che racconta la condizione di schiavitù del popolo ebraico e l’uscita dall’Egitto. È precetto che ogni ebreo ed ogni ebrea si sentano come se si trovassero loro stessi ad uscire dall’Egitto. Il seder, si direbbe oggi, è un rito esperienziale. Per comprendere, bisogna vivere a fondo una esperienza. Per “passare oltre”, per attraversare il Mar Rosso, bisogna sperimentare ostinazione e distruzione, fatica e miracoli.

Come è tipico nella tradizione ebraica, la narrazione è scandita da domande, poste dai grandi e dai più piccoli, per tramandare il senso del passaggio da una generazione a quella successiva, anno dopo anno. Un rito che si trasforma in un dialogo tra genitori e figli sui valori della vita. Una lettura particolarmente importante è quella delle domande poste da quattro figli: “il saggio”, “il cattivo”, “il semplice” e “colui che non sa fare domande”. Pur così fortemente diversi e caratterizzati, essi sono tutti egualmente fondamentali per la riflessione sul significato di Pesach. Nel passaggio ci siamo tutti, colti e ignoranti, saggi e semplici, presuntuosi ed ingenui.

Altro momento centrale è quello del ricordo delle dieci piaghe abbattutesi sull’Egitto e sul faraone per aver indurito il suo cuore, e non voler concedere a Mosè la libertà. A causa di questo dramma, ricaduto sugli egiziani, a Pesach non si recita tutta la preghiera gioiosa dello Hallel (da cui la parola halleluya), ma solo una parte. Pesach ci impone un senso di partecipazione: non solo alla nostra storia e al nostro destino, ma anche a quello degli altri, perfino dei “nemici”.

Questo Pesach sarà davvero diverso da tutti gli altri: a causa dell’emergenza Coronavirus, le famiglie non potranno celebrare il seder riunite, come da tradizione. Piccoli nuclei, e tante persone sole, leggeranno la Haggadah senza poter domandare, se non a sé stessi, senza poter convincere, se non sé stessi, senza poter partecipare, se non a sé stessi. Ma la riflessione sarà molto profonda. A cosa siamo chiamati dal racconto biblico ma anche da ciò che sta accadendo? Come ciascuno di noi passerà il Mar Rosso oggi senza annegare? Come ciascuno ritroverà sé stesso, e ritroverà gli altri, sulla sponda del dopo?

In una fase così delicata per il nostro Paese e per il mondo intero, ricordare la lunga strada verso la libertà risulta ancora più denso di lezioni e significati. Uscire da un periodo di sofferenza, non è semplice, il percorso può rivelarsi lungo e accidentato, ci si chiede se non fosse stato meglio aver fatto scelte diverse, o addirittura si è tentati di tornare indietro. Il seder ci fa rivivere esattamente questa moltitudine di interrogativi e di sensazioni contrastanti: l’erba amara si mescola con il sapore dolce del charoset, un impasto di frutta fresca e secca che ricorda l’argilla con cui gli ebrei fabbricavano i mattoni in Egitto. Giunti alla lettura dell’ultima pagina della Haggadah finalmente arriva la liberazione, possibile solo grazie ad una profonda presa di coscienza e a un forte senso di responsabilità individuale e collettiva. Comportamento al quale non possiamo sottrarci neppure ora.

Porgo a chi è arrivato in fondo a queste righe un augurio sentito di un “passaggio” consapevole, per Pesach, ma anche verso la Pasqua.

 

Pesach Sameach פסח שׂ מֵ ח

Buona Pasqua

 

10 aprile 2020

Simonetta Della Seta

Direttrice del MEIS

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