Commento alle letture per la liturgia della Domenica di Pasqua 

Vangelo della veglia, Mt 28,1-10 

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

G. Vermes commentava ironicamente, a proposito dei racconti della risurrezione, che l’unica cosa sicura è che il cadavere è sparito, perché, pur avendoci provato, non era riuscito a far quadrare i dati di una narrazione che non si esige omogenea, ma almeno con qualche concordanza temporale, se non situazionale.

Questo in realtà è comprensibile: la stessa cosa raccontata a distanza di tempo da persone differenti non può assolutamente concordare. Tanto più – e questo è l’elemento decisivo – se non si tratta di testimonianze forensi in cui bisogna essere precisi, ma di racconti a sfondo e a scopo teologico, in cui vale la verità del fatto (la risurrezione) e non la verosimiglianza della cronaca.

Proviamo in particolare a vedere il racconto di Mt 28,1-10, che si proclamerà nella veglia pasquale in quest’anno stravolto dall’epidemia.

Conviene partire da Mt 27,61, là dove il racconto della passione e della morte si chiude al crepuscolo del venerdì, sulla soglia dello shabbatcon le donne sedute di fronte al sepolcro. Il loro gesto ha un doppio significato: le donne fanno il compianto secondo tradizione e tengono d’occhio la tomba. A distanza di tempo potranno recuperare le spoglie di Gesù per dar loro degna sepoltura, secondo l’usanza. Cosa al momento impensabile, trattandosi di un condannato a morte da un tribunale romano.

È noto che qualche decennio fa furono rinvenuti a Gerusalemme i resti uno di questi condannati in seguito a una rivolta, in una tomba di famiglia aristocratica. Le spoglie erano quelle dell’«appeso», secondo l’iscrizione, quindi di un crocifisso, ed è pensabile che esse fossero poste nella tomba per una sorta di privilegio, trattandosi di un aristocratico, previa sorveglianza dei familiari. Le donne han forse pensato che lo stesso dovesse accadere per Gesù.

Dunque compiono una duplice funzione, per completare la quale, alla fine del sabato, cioè il sabato sera, tornano al sepolcro, non per ungere – operazione molto lunga e complessa nonché prematura –, ma per verificare che il corpo sia ancora al suo posto, aspettando il momento consentito per recuperarlo.

È la sera del sabato, l’atmosfera è notturna: tutto dipende da una parola greca (opse) che può essere preposizione («dopo», come nella nostra traduzione) o avverbio («tardi», come la intendono Gerolamo, il Codex Bezae e, in generale, il greco dei papiri). Il Vangelo apocrifo di Pietro recita: «[35] Ma durante la notte (e quindi «tardi» rispetto allo shabbat) nella quale spuntava il giorno del Signore, mentre i soldati montavano la guardia a turno, a due a due, risuonò in cielo una gran voce, [36] videro aprirsi i cieli e scendere di lassù uomini, in un grande splendore, e avvicinarsi alla tomba».

L’ora della risurrezione, per la tradizione giudeo-cristiana cui si attiene anche Matteo, è notturna. Le donne sono partite di casa sul finire dello shabbat che hanno rispettato, ancora col buio, e non vanno a prendersi cura del corpo, ma solo a «vedere»: il verbo theorein indica un vedere concreto, come si vedrebbe uno spettacolo (cf. Lc 23,48) che s’impone agli occhi. La presenza delle donne, le uniche a restare vicine a Gesù per tutto il tempo, è legata al buio del compianto e della volontà di sorvegliare il corpo, secondo una pietas che previene e in qualche modo supera quella degli apostoli.

Al momento della risurrezione ricompare in Matteo il terremoto (seismos, v. 2), anzi un «grande» terremoto. Il fremito che si era avvertito fin dall’ingresso di Gesù a Gerusalemme diventa ora qualcosa di tremendamente manifesto, e accompagna il rotolamento della pietra tombale. L’atmosfera è apocalittica, come al momento della morte di Gesù, e la narrazione è costruita con grande coerenza: si parla di un abito bianco e del terrore delle guardie.

Non si dice nulla della reazione delle donne, se non in un secondo momento (v. 8), e quando Gesù si fa loro incontro esse sembrano non avere dubbi sulla sua identità, perché compiono una proskynesis in atto di adorazione. Gesù si rivolge loro con le parole tipiche del Dio dei padri: «Non temete», e chiama «fratelli» i discepoli che in realtà lo hanno abbandonato.

Ma la passione e la morte han costruito la fratellanza che ha egli stesso come soggetto primo, al modo dell’antico Giuseppe (cf. Gen 44,4), perché ha condiviso la condizione umana.

 

 

12 aprile 2020

Stefania Monti

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