Pasqua ortodossa: «Quest’anno siamo più simili agli apostoli»

Domenica 19 aprile si celebra la Pasqua Ortodossa, una Pasqua per tutti differente dalle altre. 

Pubblichiamo la riflessione propostaci da p. Ionut Radu della Parrocchia Ortodossa Romena «Santi Martiri Nazario, Gervasio, Protaso e Celso e Santa Parasceve Monaca» di Milano, già ospitata sul sito del Segretariato Attività Ecumeniche.

Siamo arrivati alla Pasqua del Signore e cantiamo con San Giovani Damasceno: «giorno della risurrezione, risplendiamo o popoli, Pasqua del Signore, Pasqua! Dalla morte alla vita, dalla terra ai cieli, ci ha fatti passare il Cristo Dio, cantando l’inno vittoria».

Quest’anno sicuramente la Pasqua è diversa, unica nel suo modo di essere per la nostra generazione, una Pasqua che ci ricorderemo sicuramente e sarà una mentalità collettiva divenuta punto di riferimento per la nostra fede.

Siamo abituati alle nostre feste, alle loro magnifiche tradizioni e alle usanze dei momenti che trascorrono e, in seguito, al ritorno alla vita “normale”. Quest’anno la nostra vita non è stata così nel periodo di Quaresima e proseguirà sicuramente allo stesso modo anche dopo la Pasqua; abbiamo vissuto un tempo particolare e benedetto in cui le nostre vite si sono svuotate di questo mondo per farvi entrare Dio e i nostri simili. Eravamo contagiati dai tantissimi virus dei nostri peccati, dalle malattie sorte dalle nostre ambizioni e dai complessi di superiorità ed eravamo rinchiusi nel nostro egoismo e intrappolati nell’urgenza della nostra vita. Urgenza, stress, varie priorità, dead line; avevamo frantumato e trasformato in polvere le nostre anime dimenticando l’essenziale. Qual è lo scopo della mia vita? Quanto pesa la mia vita?

Il tempo di Pasqua è sempre un tempo escatologico: «Ecco lo sposo viene nel mezzo della notte». Il canto che apre la Settimana Santa è il testo del Vangelo di Giovanni 12, 31 «ora è il giudizio di questo mondo» che ci mette di fronte non solo alla prospettiva della vita eterna ma anche davanti alla nostra vita “normale”. Davanti alla nostra vita Cristo è stato «triste e abbattuto», la sua anima era «triste fino alla morte», piangeva davanti alla tomba del suo amico Lazzaro per l’uomo creato, immagine di Dio putrefatto nella tomba, creato per trasfigurare se stesso e il mondo intero e adesso sfigurato dalla morte.

Cristo discende agli inferi della nostra realtà diventata così normale per questo mondo. Lascia entrare in sé tutta l’angoscia del mondo decaduto, la tragedia della separazione, l’inferno della condizione umana asservita alla menzogna dell’odio. È la croce di Cristo che quest’anno abbiamo sentito e sperimentato così fortemente.

Un grande dono di Dio per poterci guardare con occhio nudo e sincero. Quando mai siamo arrivati davanti alla risurrezione così deboli, così impauriti, così separati (solo fisicamente) e così fragili? Abbiamo lasciato posto nelle nostre anime per queste separazioni; ma l’angoscia, le debolezze, l’inferno e la morte sono annientati da colui nel quale queste cose non possono trovare posto.

«L’abisso aperto dalla libertà umana fuorviata è consumato nell’abisso d’amore della divinità» (Olivier Clement); «dalla morte alla vita, dalla terra ai cieli, ci ha fatti passare il Cristo Dio» (San Giovanni Damasceno).

Siamo entrati in tempo di Pasqua e cantiamo: «con la morte Cristo ha calpestato la morte, con la sua morte ha distrutto la nostra morte, con la sua sofferenza alza i nostri cuori, con la sua risurrezione donando vita e speranza fiducia e gioia».

Nel Vangelo ci sono due immagini che mostrano due modi diversi di vivere la Pasqua. Nella prima, le donne vanno alla tomba per cercare Cristo, vegliano il Signore, così come abbiamo fatto noi per tanti anni, nella speranza che, incontrandolo (anche se, a volte, non è subito riconoscibile nella nostra vita), si diventi suoi discepoli. La seconda immagine è quella degli apostoli rinchiusi per paura del mondo, prigionieri della sfiducia, delusi e senza speranza ma che pur ricevono Cristo in mezzo a loro. Le loro porte e i loro muri, le loro separazioni non impediscono a Cristo di abbracciarli con il suo amore e la sua risurrezione.

Quest’anno siamo più simili agli apostoli; anche noi siamo rinchiusi, per paura non del mondo ma del virus mortale, rinchiusi per proteggere noi stessi e gli altri, ma Cristo sarà sicuramente risorto intorno a noi. Le nostre case diventeranno altare di preghiera, il mondo intero una chiesa in cui noi dobbiamo sentire e proclamare le parole di Cristo dopo la risurrezione: Gioite! Osate! Non abbiate paura!

Cristo ci rivela la vita eterna non solo per l’anima ma anche per il corpo, la riabilitazione della natura, del cosmo e della storia, il perdono dei peccati, la salvezza e il cuore che ritorna alla familiarità con Dio. La tomba è diventata stanza nuziale; il Risorto è lo sposo, non è possibile più tremare davanti a Dio: occorre rabbrividire davanti al suo amore.

San Giovanni Crisostomo nella preghiera della veglia pasquale ci invita dicendo: «tutti godete il banchetto della fede nessuno pianga per le proprie colpe perché il perdono è sorto dalla tomba. Nessuno tema la morte perché la morte del salvatore ci ha liberati. L’Ade … aveva preso un corpo e si è trovato davanti a Dio. Aveva preso terra e ha incontrato cielo … “Dov’è, o morte il tuo pungiglione?” Dov’è, o Ade, la tua vittoria? È risorto il Cristo e tu sei stato precipitato È risorto il Cristo, e i demoni sono caduti … È risorto il Cristo, e regna la vita!».

Speriamo che quest’anno la Pasqua del Signore sia diversa e che si possa sentire con più forza e speranza, con più coraggio e fiducia, con più gioia e impegno la grande realtà che alimenta questa nostra vita: Cristo è risorto! è veramente risorto!

 

 

17 aprile 2020

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