Le suore del convento delle clarisse di Fanano, comune dell’Appennino modenese, raccontano come stanno affrontando l’emergenza Covid-19. Ne ha parlato in questa intervista, a nome di tutta la comunità, suor Isabella.

Suor Isabella, come sta la vostra comunità? Come state vivendo questa emergenza da coronavirus?

«Stiamo vivendo questo tempo di coronavirus con tanta apprensione anche se le nostre famiglie stanno bene e anche le nostre sorelle anziane. Quando ascoltiamo le notizie o sentiamo le persone che ci chiamano, avvertiamo tutta la loro sofferenza e anche noi stiamo soffrendo molto con la nostra gente. Confidiamo davvero tanto nel Signore: ci stiamo affidando tanto a Lui, abbiamo intensificato la preghiera, e affidiamo alla Madonna il nostro popolo. Il rosario settimanale proposto dalla CEI è un’occasione per pregare assieme a tutta l’Italia.

Da una parte viviamo il dolore per quello che sta succedendo e dall’altra la speranza e la fiducia nel Signore che tra l’altro sta tirando fuori anche cose belle e positive, penso per esempio alla passione di medici e infermieri e alla creatività che sta nascendo dalle persone per farsi vicini a chi sta soffrendo».

 

La popolazione sta vivendo già da alcune settimane la quarantena nelle proprie case. Sta vivendo una sorta di clausura. Voi, che ne avete fatto una scelta di vita, come consigliate di vivere questo tempo, perché possa essere un tempo positivo, costruttivo?

«Si tratta di clausure diverse. La nostra è una scelta, non una forzatura dettata da direttive giustissime del governo. Per la scelta di vita che abbiamo fatto noi possiamo permetterci degli spazi molto più grandi di un appartamento. Al tempo stesso è vero che la vita insieme tra quattro mura, con l’aiuto del Signore, con la preghiera, con il lavoro fatto insieme, porta anche a concentrarsi su ciò che è essenziale, a dare importanza alla relazione con il Signore e alla relazione tra di noi. Il desiderio è che si possano curare di più i legami e le relazioni, in particolare in quelle situazioni in cui ci sono degli attriti e delle ferite. Immaginiamo che per le persone sole ma anche per quelle famiglie che hanno delle fatiche e delle tensioni già precedenti sia molto difficile vivere questo momento. Questo potrebbe essere un momento per curare e recuperare il rapporto col Signore e provare a vedere se c’è anche la possibilità di recuperare le relazioni e i legami familiari».

 

Prima dell’emergenza presso il vostro monastero di Fanano accoglievate persone per pregare insieme e per avere un confronto con voi. Viste le restrizioni, come riuscire a tenere i contatti con l’esterno?

«Noi continuiamo a tenere i contatti con l’esterno attraverso il telefono e la posta elettronica. Ci sono tante persone che ci chiamano non per sfogarsi, ma per chiederci come stiamo, per sapere se abbiamo bisogno di qualcosa o per sapere come stanno le nostre anziane. In quest’ultimo mese abbiamo cominciato a inviare ai nostri amici e conoscenti un piccolo audio con la lettura del Vangelo del giorno, in forma dialogata tra di noi, e un piccolo commento organizzato a turno da una sorella; un piccolo segno per stare vicino alle persone e anche per attutire un po’ l’assenza della messa che è per tanti una grande sofferenza. Stiamo collaborando poi coi nostri frati minori del Nord Italia, quelli della pastorale giovanile, che sul loro profilo Facebook e sul loro sito stanno caricando meditazioni, catechesi e testimonianze e hanno chiesto anche la nostra collaborazione e quella di altre clarisse del Nord Italia. Sono tutte piccole iniziative per stare accanto alle persone e per sentirci in una comunione di preghiera reciproca, che fa bene a loro e fa bene a noi».

 

Come vede il futuro? Come cambierà le persone questo virus? Qual è il suo augurio?

«La nostra speranza è che si possa far tesoro di quello che abbiamo sperimentato, non solo nel male ma anche nel bene. Si può imparare senza dubbio dagli errori ma si può imparare tanto anche dalle cose buone e belle che sono emerse. Da tante parti ci siamo sentiti dire che non ci si può salvare da soli; stiamo toccando con mano che è proprio così: come l’atteggiamento negativo e imprudente di una persona ricade su tanti, così l’atteggiamento buono, prudente e solidale di una persona ricade in bene su tanti. Stiamo toccando con mano che siamo delle persone in relazione, non è possibile vivere da individui, non è mai funzionato a maggior ragione adesso vediamo che non funziona. Una cosa bella che può tornarci utile per il futuro è la creatività: la gente si sta inventando tanti sistemi per rimanere in contatto, per far andare avanti il lavoro, per mantenere i legami e anche per stare vicino ai poveri. Dopo questo questa emergenza continueranno ad esserci delle emergenze, situazioni di disagio, tanti poveri: la creatività farà trovare soluzioni inaspettate. Infine possiamo fare tesoro della precarietà della vita che abbiamo sperimentato; anche questa c’è sempre stata, ma adesso la tocchiamo tutti, non c’è povero, ricco, potente o semplice cittadino che si possa sentire immune dal contagio. Proprio oggi un nostro amico ci ha detto che se la clausura necessaria che stiamo vivendo ci pesa, al tempo stesso è anche una grande possibilità per riflettere su ciò che conta realmente nella vita. Per una persona che si trova intubata in terapia intensiva adesso contano poche cose: respirare e gli affetti, che in questo momento rischiano di mancare. Sono davvero poche cose che contano davvero nella vita, una vita che non è pienamente nelle nostre mani ma è nelle mani del Signore. Gli amori e gli affetti che ci legano alle persone sono le cose che contano. Se stiamo attenti possono trasformarci in persone più umili, più sobrie e più compassionevoli verso il prossimo. Questo è l’augurio: che facciamo tesoro delle cose belle che siamo stati in grado di tirare fuori in questa emergenza».

 

 

19 aprile 2020

Paolo Tomassone

Giornalista

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