L’emergenza sanitaria del Covid-19 sembra riportare in vista l’annosa contrapposizione fra il modello economico liberista che guarda soprattutto all’individuo e quello statalista che accentra i poteri. La crisi che ci aspetta denuncia l’inadeguatezza di queste soluzioni. Ora ci viene offerta l’opportunità di ripartire. Ma quale potrà essere il principio guida per l’economia in questa nuova fase? Ne abbiamo parlato con Luigino Bruni, professore ordinario alla LUMSA, coordinatore internazionale del progetto Economia di Comunione e direttore scientifico della Economy of Francesco.

Prof. Bruni, papa Francesco parla di solidarietà, ma operativamente come si può realizzare? Quale cambiamento è necessario?
«Questa crisi fa vedere come quei Paesi e quelle Regioni che hanno puntato su una sanità pubblica, inclusiva, e dove c’è stato un presidio sul territorio, l’hanno fronteggiata meglio. È vero che il mercato, inteso come il regno dell’individuo che massimizza i propri interessi, funziona abbastanza bene nei momenti di normalità, ma funziona molto peggio nei momenti di emergenza. Lo avevamo visto già durante la crisi finanziaria di un decennio fa e lo stiamo vedendo in modo più forte ora. Nei momenti di grande crisi, inattesi e inaspettati, funzionano molto di più l’appartenenza a una comunità, l’inclusione universalistica, le assicurazioni pubbliche rispetto a quelle private. È evidente che gli Stati con assicurazioni private oggi sono in grossa difficoltà a gestire questa crisi.

Negli anni ci siamo fidati troppo dell’equazione che indicava il mercato capitalistico come più efficiente. Ma questa efficienza, che è stata maggiore nei tempi di «vacche grasse», sta rivelando una grande inefficienza davanti a una crisi così grave. La solidarietà è importante, ma credo che occorra guardare anche al principio di precauzione, che è un principio fondamentale anche della dottrina sociale della Chiesa. Noi ci assicuriamo per la macchina, per la casa, per l’incendio, per il furto a livello privato, ma siamo completamente scoperti per le grandi malattie collettive. È assurdo che si debba aspettare un virus per avere una dotazione di ventilatori o di letti in terapia intensiva almeno a livello europeo e mondiale. Dobbiamo ripartire da tante cose. Speriamo che una volta terminata la fase emergenziale non ci dimentichiamo tutto, come spesso accade nel nostro Paese».

 

Se la crisi legata all’emergenza Covid-19 ha messo fine all’epoca del welfare state sottolineando i suoi difetti e le sue mancanze, come può essere sostituito e con quali politiche?

«Da un certo punto di vista attraverso questa crisi abbiamo potuto accorgerci che quei Paesi che avevano ancora un po’ di welfare state si sono dimostrati più robusti. Aver salvato la sanità pubblica e un accesso universale alla salute non solo per chi ha un’assicurazione privata ci ha salvati. Più che la crisi del welfare state, a mio parere, ci troviamo di fronte alla fine del modello della sanità privatistica nordamericana. In questi giorni stiamo assistendo a vere e proprie stragi nell’America del Nord e in Inghilterra, nei Paesi che più di tutti hanno liberalizzato la sanità. Il vecchio welfare state, tanto deriso e ridicolizzato negli ultimi anni dall’ideologia pro-mercantile, oggi si sta mostrando un’àncora di salvezza. Non basta ovviamente il welfare state, occorre coinvolgere anche la società civile, le associazioni private e la comunità, ma mai come in questi mesi stiamo riscoprendo il valore della sanità pubblica, dell’accesso universale alle cure, delle assicurazioni universalistiche, non privatistiche».

 

Quali sono i nuovi protagonisti da coinvolgere in questo percorso? Quale sarà in futuro il ruolo dei giovani?

«I giovani sono già protagonisti, e vanno ringraziati, perché per salvare i nonni e le persone più fragili stanno sostenendo un costo molto elevato. A tutti costa stare a casa, ma di più ai giovani, che vivono moltissimo di compagnia e relazioni. Non ci rendiamo conto delle rinunce che stanno facendo, per esempio rispetto alla scuola, che era rimasta una delle poche forme di vera socialità nel mondo degli smartphone.

Poi stiamo assistendo al protagonismo di lavoratori che sembravano completamente squalificati: oggi stanno emergendo come giganti i camionisti, le cassiere dei supermercati, le persone delle pulizie negli ospedali, oltre chiaramente ai medici e agli infermieri. Ci siamo accorti quali sono veramente i lavori essenziali. Se noi non avessimo avuto in questo periodo postini, corrieri, operatori che puliscono le strade e raccolgono l’immondizia ci saremmo ritrovati completamente bloccati e saremmo morti di fame dentro casa. Quindi abbiamo capito che cos’è il lavoro: una forma di amore implicito che si vede quando ci sono le crisi. Spero che ci ricorderemo di questa lezione e cominceremo a dire più spesso grazie ai lavoratori umili attorno a noi».

 

L’Unione Europea esce rafforzata da questa crisi o rischia di scomparire?

«Come per ogni grande crisi se ne esce o migliori o peggiori, e questo vale anche per l’Europa. Abbiamo ancora segnali ambivalenti e le prossime settimane saranno fondamentali. Se l’Europa rimarrà solo un contratto commerciale, in quanto tale non avrà tanto senso».

 

* Sulle responsabilità dell’Europa, in questo tempo di crisi, ri può leggere anche l’intervista a Stefania Tomasini e l’intervento di Romano Prodi.

Qui sotto pubblichiamo l’intervento di Luigino Bruni al webinar “Una nuova economia dopo il Covid-19” del 23 aprile 2020.

 

 

Paolo Tomassone

Giornalista

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