Dopo aver varcato la porta di casa, ci addentriamo nei suoi ambienti, passando immediatamente dal luogo in cui si addensano – spesso – urgenze, più che gerarchie: il bagno.

 

Il bagno: luogo cum-plexus

Oltre a essere luogo dai grandi simbolismi arcaici (acqua, specchio…), il bagno ci richiama la complessità del mondo. No: non intendo «complesso» nel senso di «faticoso» (anche se, in questo momento in cui le case appaiono a molti sovraffollate e anche gli spazi, i «turni» in bagno possono apparire faticosi…). Intendo complesso come cum-plexus¸ ovvero come ciò che tiene unito (intrecciato, dal latino plecto) insieme (cum).

Sì: perché il bagno, uno dei tanti spazi condivisi nelle nostre case, è inscindibilmente luogo dei bisogni fisiologici più basici e dei desideri estetici più cullati. È inscindibilmente luogo dello scarto e della cura. È luogo in cui la relazione tra il nostro corpo e la nostra anima possono essere vissuti come privacy o come intimità. Ed è luogo di igiene.

E se fosse luogo anche di conversione o di rinnovate alleanze?

 

Tre conversioni/rinnovate alleanze etiche “in” bagno:

In bagno ci laviamo. E in questo momento ci laviamo abbondantemente le mani. Credo vi sia un richiamo a un importante cambio di paradigma etico, anche mediato dal linguaggio: dal «lavarsene le mani» al «lavarsi le mani» cui siamo continuamente invitati. Una conversione etica: da uno sguardo che ci vede(va) tendenzialmente disinteressati, dal non assumerci le (cor)responsabilità a uno sguardo di cura e di attenzione; da un orizzonte solipsistico e individualista a un orizzonte comunitario. Riflessione che non potrà prescindere da una serie di ambiti implicati: dall’elaborazione rinnovata del rapporto diritti-doveri, a una seria distinzione di ciò che è «politico» e ciò che è «partitico»… «A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?», chioserebbe Primo Mazzolari.

Il bagno, per la sua funzione stessa, ci esorta a una rinnovata riflessione relativa all’inscindibile relazione tra bisogni e desideri: entrambi abitano radicalmente quel luogo che è la nostra umanità. La riflessione etica recente ha forse polarizzato troppo, negli ultimi tempi, la riflessione sui bisogni, propri o anche di «categorie» di persone. Basti pensare a uno dei nostri paradigmi centrali: «l’opzione preferenziale per i poveri», che si concentra molto sui «bisogni». Il che non è sbagliato, anzi! Accanto a tale imprescindibile istanza, sarebbe auspicabile, tuttavia, che la riflessione etica approfondisse in modo altrettanto forte l’istanza dei desideri (demandata, spesso, ad altri ambiti del sapere). Anche i desideri hanno in sé una forza etica, che può essere positiva o negativa (come rapido cenno: nella suddivisione dei comandamenti del Catechismo, ben due sono i richiami al «non desiderare»).

E il bagno, nel quale troviamo anche profumi, spazzole, creme, trucchi… ci ricorda anche quanto sia urgente una rinnovata alleanza tra etica e (forza) estetica. Che siano due ambiti in relazione è fuor di dubbio: «niente di nuovo sotto il sole», direbbe Qoelet. Pronta a essere smentita, credo tuttavia che la riflessione etica abbia ultimamente dimenticato la sua forza estetica. Molta attenzione è stata data a quell’atto estetico che è la cura, certo. Non intendo certo quella forza estetica generata dalle leggi del mercato, dal marketing, da ideali di perfezione (che tendenzialmente appiattiscono in modelli univoci). Parlo di quella forza estetica che, attraverso il risveglio sensoriale e sensibile, ci attrae, ci spinge ad «andare oltre» e ad «andare dentro». Quella forza estetica che troviamo nell’eppure di Is 53,2-4: «Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere… eppure…». Quella forza estetica che ci invita alla verità. E alla Verità.

 

L’articolo è stato pubblicato sul blog Moralia.

Gaia De Vecchi

Teologa

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