Si parla ormai insistentemente di ripartenza, dopo la gelata delle attività sociali ed economiche imposta dall’emergenza sanitaria. La deriva più facile è quella di tornare agli assetti e alle abitudini di prima, ma il risveglio sociale che attendiamo con ansia potrebbe essere l’occasione per voltare pagina su aspetti qualificanti della nostra vita personale e collettiva.

 

1. Più inclusione

Provo quindi a proporre un’agenda in sette punti per il post-emergenza, combinando elementi descrittivi con le aspirazioni che mi sembrano più condivisibili tra quelle emergenti.

Il primo punto muove da una delle più avvertite esperienze della crisi da pandemia: nessuno può salvarsi da solo. Abbiamo scoperto, se ne avevamo bisogno, che siamo legati inestricabilmente gli uni agli altri, compresi coloro che meno vediamo e consideriamo: addetti alle pulizie, operatrici socio-sanitarie di base, fattorini delle consegne, magazzinieri, cassiere, edicolanti e tanti altri. Tra cui molti immigrati, fra l’altro, il cui apporto non è stato finora adeguatamente riconosciuto. L’auspicio è che la gratitudine permanga, che il senso di comunità persista, che i confini dell’inclusione si allarghino. Una maggiore giustizia economica e sociale ne sarebbe la logica conseguenza politica.

 

2. Meno liberismo

Al primo punto se ne collega un secondo: la domanda di più stato sociale, di servizi pubblici migliori, di maggiore protezione contro gli squilibri del mercato e le minacce imprevedibili del mondo globale. Questa tendenza può assumere connotati regressivi, di ripiegamenti nazionalisti o derive autoritarie. Ma sembra oggi soprattutto porre in discussione l’ortodossia neo-liberista che ha preso il sopravvento in gran parte del mondo dagli anni Ottanta del secolo scorso. Abbiamo riscoperto i beni comuni, la sanità per prima, e compreso che libero mercato da solo non è in grado di produrli, almeno non per tutti e in misura corrispondente ai bisogni effettivi, compresi quelli non solvibili. Un nuovo equilibrio tra stato, mercato e società civile è richiesto dalla dura lezione della pandemia. Non sappiamo ancora come configurare questo rapporto, ma ne avvertiamo la necessità. Tra i beni comuni da tutelare e promuovere sono riemerse la scienza, la ricerca, le competenze esperte, dopo una stagione di delegittimazione e definanziamento.

 

3. Meno povertà

Il nuovo senso di comunità e la riscoperta dello stato sociale coinvolgono un terzo aspetto: un investimento consistente e determinato nella lotta alla povertà. Abbiamo assistito a una grande ondata di generosità in queste settimane, con organismi e iniziative ecclesiali in prima fila, insieme a un’impressionante discesa in campo di migliaia di volontari. C’è da sperare che questa mobilitazione di risorse spontanee prosegua, ma la politica dovrebbe necessariamente farsi carico della dimensione strutturale della questione. Il piano Marshall di cui si parla dovrebbe porre tra le sue priorità lo sradicamento della povertà e la costruzione di alternative alla precarizzazione delle condizioni di vita di troppe famiglie e persone. Evitando di contrapporre alcuni poveri ad altri poveri, magari sulla base della cittadinanza o dell’anzianità di residenza. Tra stato e mercato, al terzo settore dovrebbe spettare un ruolo di rilievo nella ricucitura del tessuto sociale, nella risposta all’esclusione, nel coinvolgimento dei cittadini nella realizzazione di una società più solidale e coesa.

Tra le povertà da combattere va sottolineata l’emarginazione degli immigrati in condizione irregolare. Da molte parti sono state avanzate richieste di emersione: per ragioni non solo economiche (braccia per l’agricoltura e per altri settori), ma anche sanitarie (vite da proteggere, contagi da evitare) ed etiche (no alla cultura dello scarto), una manovra di regolarizzazione appare urgente e necessaria.

 

4. Più ecologia

Pensare di vivere sani in un mondo malato è un’illusione, come ha richiamato papa Francesco. Nell’enciclica Laudato si’ il legame tra il futuro dell’umanità e quello del mondo naturale era già stato, del resto, esemplarmente illustrato. Il quarto punto dell’agenda quindi investe una rinnovata sensibilità ambientale. Se non mancherà chi pretenderà meno vincoli ecologici e più libertà d’inquinare per accelerare la ripresa, bisognerà rispondere che la ripresa dovrà essere più verde, oppure non durerà, lasciando alle future generazioni un mondo ancora più devastato. Comincerei per esempio con una mobilità urbana più ecologica, per chi ne ha la possibilità, giacché i trasporti pubblici per un pezzo non saranno molto popolari.

 

5. Più smart working

Gli ultimi tre punti dell’agenda passano dalla dimensione macro, delle grandi scelte politiche, alla dimensione micro, dei nostri comportamenti e stili di vita.

Il quinto punto propone pertanto: più lavoro «agile» o smart working che dir si voglia. Certo, molti di noi desiderano tornare al lavoro, ritrovare colleghi, occasioni di scambio e rapporti sociali che vanno oltre la sfera meramente professionale. Ma ci siamo anche accorti che forse non tutte le riunioni sono necessarie, o quanto meno non richiedono la presenza fisica, che non tutti i lavori vanno svolti in un ufficio, che si può discutere e decidere anche da lontano. La combinazione tra lavoro tradizionale e lavoro a distanza ha subito un’accelerazione a causa del blocco degli spostamenti, destinata probabilmente a ripiegare solo in parte.

Il telelavoro pone certo nuove sfide, come la sovrapposizione tra ufficio e casa, tra compiti lavorativi e compiti familiari. In altri termini, non è detto che lavorare avendo bambini in casa o anziani da accudire sia sempre una benedizione. Senza contare la perdita di socialità, di rapporto quotidiano con il mondo esterno. Ma si sono aperti nuovi spazi di negoziazione, e forse di scelta, sulle forme, i tempi, i vincoli organizzativi di molti lavori.

 

6. Più relazioni

Ecco quindi il sesto punto, che in parte compensa il precedente: riaperti i luoghi dello scambio sociale, anche se con gradualità e prudenza, saremo nella condizione di guardare con occhi nuovi alle relazioni interpersonali. Potremo riscoprire e apprezzare il grande dono degli incontri che costellano le nostre giornate e le arricchiscono. Il sesto punto dell’agenda recita: più investimento nelle relazioni con gli altri.

 

7. Più qualità nell’uso del tempo

La prospettiva si allarga, nel punto finale, ai nostri rapporti con il tempo e con lo spazio, per molti di noi urbano. Non credo alla retorica della lentezza e magari del distacco dal nostro indaffararci quotidiano. Credo anzi che tornati più o meno alla normalità dovremo correre per recuperare il tempo perduto, per rispondere alle legittime attese di quanti si aspettano qualcosa da noi e dal nostro lavoro. Prendere la vita con lentezza mi pare comporti deresponsabilizzazione e inaffidabilità. Ciò che mi sentirei invece di proporre va nella direzione di una maggiore qualità nel nostro uso del tempo e della città: una maggiore selettività nei nostri investimenti di energie e di dedizioni. Avendo azzerato o quasi l’agenda dei nostri impegni, forse possiamo ora cercare di ricostruirla con più saggezza e attenzione. Senza dimenticare i punti precedenti.

Maurizio Ambrosini

Sociologo

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