5 MINUTI CON… Sergio Astori – Parole buone, antidoto in attesa del vaccino

Fin dai primi giorni dell’emergenza sanitaria è stato adottato, da parte di chi opera nella comunicazione ma anche dai rappresentanti delle istituzioni, un linguaggio bellico: si parla di trincea negli ospedali, del fronte del virus, di economia di guerra; la Protezione civile ogni giorno dirama un bollettino con il numero dei morti e dei contagiati: la metafora è quella di un Paese, anzi ormai del mondo intero, in conflitto contro il virus.

Ne abbiamo parlato con Sergio Astori, psichiatra e psicoterapeuta, docente presso la facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano, ideatore e curatore insieme con un gruppo di esperti, di #ParoleBuone. Un progetto che nasce con l’obiettivo di somministrare quotidianamente «pillole di resilienza» al Coronavirus.

Dott. Astori che effetto possono avere sulla vita delle persone le parole “negative” o comunque molto cupe che sentiamo in queste settimane?

«È probabile che si usi un linguaggio bellico per cercare di esprimere la profonda paura che ha invaso il mondo. Sicuramente nel nostro pensiero storico e addirittura, per certi versi, preistorico i grandi timori collettivi sono legati a due eventi che possono mettere più a repentaglio la vita umana: i conflitti e le minacce alla salute delle persone. Credo che si utilizzi la metafora della guerra perché siamo sprovvisti, da diversi decenni o anche, per fortuna, da diversi secoli, dell’idea stessa di dover fronteggiare un’epidemia in Occidente o una pandemia in tutto il mondo. Senza volerlo abbiamo assecondato il linguaggio della guerra per esprimere un’altra paura, per dire che c’è un predatore molto strano, molto piccolo, invisibile, che ci sta procurando un grande danno. Le parole potrebbero essere più precise, più accurate, se riuscissimo a confinare o a limitare la paura che le “parole inquinanti” possono generare».

 

Nelle consulenze che fate in questi giorni, quali tipi di paure stanno emergendo?

«Eravamo abituati a raccogliere le confidenze delle persone e, all’interno dello studio, vedere in dissolvenza il racconto della loro vita quotidiana e delle loro fatiche domestiche. In queste ultime settimane la situazione si è ribaltata, è come se stessimo effettuando delle visite a domicilio per mezzo di uno schermo o di una telefonata. La questione che attraversa un po’ tutti i colloqui è il bisogno di tenersi a distanza dalla negatività e dai linguaggi negativi di cui dicevamo prima, e anche di trovare uno spazio per sé per allontanare la paura di doversi prima o poi incontrare con qualcuno che può avere avuto la malattia Covid. Per chi già soffre di disturbi d’ansia o di disturbi depressivi notoriamente il contatto con le altre persone può essere una grande sfida. E poi ci sono i dubbi di chi s’interroga sul futuro e cerca di capire quanto questa crisi sia stata rigenerativa e quanto abbia aiutato a capire se lo stile di vita che stavamo conducendo precedentemente era sufficientemente umanizzante».

 

Hanno annunciato come ormai vicino il termine della quarantena e si parla di ripartenza. I tempi di un ritorno alla normalità, però, saranno molto più lunghi. Come si potrà convivere con il virus?

«Fino a quando non sarà a disposizione un vaccino efficace o un trattamento sufficientemente solido per affrontare la malattia Covid, saremo chiamati a una vita “mascherata”. E il distanziamento, per un certo verso, renderà atipico il nostro modo di convivere. Chiusi nelle nostre case abbiamo sfruttato la rete informatica per trovare una prossimità. Per mezzo delle videochiamate abbiamo sentito più vicino il volto – non mascherato – di qualcun altro. Ora, usando la mascherina, dovremo re-impostare la tonalità musicale della nostra voce, dovremo essere sufficientemente empatici e dimostrare la nostra attenzione agli altri attraverso il sorriso degli occhi. È probabile che la pandemia ci metta in contatto con antiche paure: lo dovremo accettare, ma non dobbiamo assolutamente pensare che queste paure possano inquinare gli umani: siamo tutti protagonisti di un medesimo percorso, ci salviamo solo se ci salviamo insieme».

 

Avete ideato un progetto dal nome “Parole buone”. Perché questa scelta e in cosa consiste?

«Avere “parole buone” è la richiesta che mi è arrivata fin dai primi giorni di questa pandemia. Consultandomi con filosofi, teologi, sociologi, giornalisti, operatori della comunicazione, educatori e soprattutto esperti che sapessero raggiungere i mondi isolati della disabilità, ho cercato di mettere a fuoco qualche termine che potesse essere ri-narrato durante la settimana e che potesse costituire la fotografia del momento esistente, ma anche il seme da conservare per i tempi della rinascita. Interpretando il sentire comune, ho colto ad esempio che nei primissimi giorni, quando nei sistemi comunicativi imperversavano le richieste di chiarimento a esperti, virologi ed epidemiologi, ci fosse il bisogno di puntualizzare che cosa fosse la buona scienza, come si potesse domandare alla rete internazionale degli esperti scientifici e biomedici una buona parola, una parola che fosse accompagnata da un metodo di ricerca. Da qui è nata una piccola pillola di resilienza, dal nome “scienza”.

Successivamente abbiamo rilevato che le persone, nel tempo di isolamento domestico, erano molto attratte dal guardare dai balconi quello che gli altri facevano, come se ci fosse una classificazione di cittadini di serie A e di serie B a seconda che qualcuno uscisse per fare jogging o volesse piuttosto avere degli spazi di libertà con i propri figli. Si è delineata quindi la domanda di che cosa fosse la “saggezza”. Mano a mano sono stati affrontati altri temi come l’“armonia sociale” e la possibilità di “accoglierci tutti”.

Con il progetto “Parole buone” ri-doniamo quello che ci sta accadendo nella nostra vita attraverso i canali della Rete: una pagina Facebook, un sito web, un profilo Instagram. L’intento è quello di sentirsi accompagnati da una parola che non solo scaldi il cuore, ma lo dinamizzi e renda tutti pronti a riprendere il più possibile alla svelta un percorso brioso. È il principio fondamentale della resilienza: in un momento di prova si può accettare che le ginocchia si pieghino. Ma è possibile che un gruppo e una comunità diventino facilitatori della resilienza, cioè si predispongano ad aiutarsi gli uni con gli altri in modo che la riorganizzazione e la ripartenza sia più rapida e più efficace per tutti. Sentire un collettivo che si scambia parole buone, significative, orientate al futuro è una piccola medicina che può introdursi in un sistema di comunicazione così viralizzato nei termini da essere definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come una infodemia. In attesa che arrivi un vaccino efficace per il virus, le parole buone possono cominciare a funzionare come antidoto rispetto a una circolazione pervasiva di contenuti prevalentemente negativi, che generano depressione».

Paolo Tomassone

Giornalista

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