«L’abbiamo chiamata “Giusta Italia” perché non basta aggiustare: bisogna ripristinare verità, giustizia, libertà e la dignità delle persone. Altrimenti il cambiamento si ridurrà a un mero adattamento. Dobbiamo tutti impegnarci – politica, istituzioni, associazioni e singoli cittadini – per costruire un futuro davvero nuovo, un nuovo umanesimo, un patto di assunzione di responsabilità collettiva per rilanciare l’economia, abbattere le disuguaglianze sociali e le ingiustizie, contrastare le diverse forme di povertà. Non scambiamo per futuro il ritorno a una normalità malata. La lotta contro la pandemia può e deve essere anche l’occasione per risanare la nostra democrazia». È l’appello di don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, nomi e numeri contro le mafie.

Don Luigi, dopo oltre due mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria, si allentano le misure di contenimento del virus. L’Italia e gli italiani come si presentano alla Fase 2? Molti si sentono indeboliti e fiaccati dalla quarantena: chi ha sofferto di più di questo isolamento?

«È stata una dura prova per tutti. Questo isolamento – che speriamo in via di progressiva riduzione – mi auguro che sia stato per molti anche un’occasione di riflessione, di sosta e di pensiero. È stato un fermarsi, costretti dalle circostanze, ma credo che possa essere stato anche un tempo utile per guardarsi un po’ più dentro e attorno, per prendere coscienza che certi mali esistevano ben prima dell’arrivo del virus. La sintesi più forte l’ha fatta, come spesso accade, papa Francesco quando ci ha ricordato che “ci credevamo sani in un mondo malato”. A soffrire maggiormente questo isolamento sono state le fasce più fragili, le persone che soffrono di depressione o di altri disturbi mentali, per le quali credo che sia stata una prova dura. Naturalmente hanno sofferto molto di più anche gli anziani e quelli più soli, senza rapporti familiari e sociali. È una sofferenza che abbiamo visto anche nell’aumento dell’uso di alcolici e di psicofarmaci da parte di molte persone più deboli. Prima della crisi sanitaria c’erano già tante persone isolate, spesso escluse, poveri – donne, disoccupati e migranti –: loro hanno pagato di più».

 

La ripartenza dopo ogni emergenza, può diventare un’occasione di arricchimento e di crescita del potere delle mafie. Avete già avuto dei segnali che vi portano a dire che c’è bisogno di tenere alta la guardia? 

«Non dobbiamo assolutamente dimenticare che la presenza criminale non è ai margini, ma è dentro le fessure della nostra società e il coronavirus ha amplificato gli spazi. Il crimine trova sempre nuove possibilità di sviluppo e nuove occasioni di potere. Le mafie, già prima, trovavano terreno fertile in una società diseguale, fragile, culturalmente depressa; approfittavano della fragilità, non solo quella psicologica ma anche quella del contesto sociale, dei servizi e delle opportunità. Oggi si parla tanto di sicurezza del diritto, ma dovremmo anche parlare della sicurezza dei diritti, perché la sicurezza – quella economica, sociale, sanitaria e lavorativa – deve essere un diritto universale. In tutto questo quadro non dobbiamo dimenticare l’allarme del procuratore nazionale antimafia, Cafiero De Raho, ma anche quello puntuale della Banca d’Italia, del Viminale e di Libera che sui vari territori mettono in guardia dalla criminalità, che è sempre in cerca di affari e ora può sfruttare anche questa emergenza. In occasioni come questa le mafie hanno l’opportunità di svolgere attività usurarie, per esempio di rilevare o infiltrare imprese in crisi con la finalità del riciclaggio. È un rischio concreto da non sottovalutare, non è la prima volta infatti che mafiosi e corrotti osservano la scena delle tragedie per capire poi come approfittarne.

Nei primi giorni di marzo come Libera abbiamo avvertito della “mafia virus”: i traffici illeciti – in particolare della droga – che continuano pur con le limitazioni; la penetrazione in mercati fonte di nuovi guadagni, come l’attuale enorme richiesta di materiale sanitario, disinfettanti, mascherine, apparecchiature e medicinali; l’usura e altre forme di corruzione; la corsa ad accaparrarsi, anche grazie a deroghe o riduzione di controlli, finanziamenti pubblici nazionali o europei. Su tutto questo bisogna alzare la guardia. Lo diciamo fin d’ora con certezza: la diffusione delle pratiche di corruzione già prima dell’emergenza – dalle parcelle pagate a cliniche private in cambio di tangenti – è responsabile di una quota delle vittime del coronavirus».

 

Libera ha lanciato la campagna “Giusta Italia” assieme ad associazioni come Avviso Pubblico, Azione cattolica, Agesci, Acli, Arci e Legambiente e ai maggiori sindacati italiani. Perché avete sentito la necessità di lanciare questo appello? Che cosa chiedete al Governo e al Parlamento?

«Dobbiamo chiedere conto alla politica, a chi amministra e a chi governa, di cosa viene fatto ora e di quali investimenti verranno fatti in futuro, al fine di evitare scorciatoie, infiltrazioni della mafia nelle fessure della società e corruzione. È un patto per la ripartenza articolato in 18 punti, ma non è solo un documento. Stiamo, per esempio, proponendo emendamenti ai decreti e alle leggi in discussione in questo momento. Siamo in dialogo costante con ministri e funzionari, a cui riportiamo le voci che provengono dal basso, dai gruppi e dalle associazioni che chiedono conto alla politica di quanto stanno elaborando. È un documento che cerca di mettere a fuoco la necessità di continuare a lavorare a partire da una serie di gravi questioni sociali, ambientali, culturali ed economiche. Per noi la stella polare è e resta la giustizia sociale, cioè la vita, la storia, le fatiche, le speranze delle persone. L’abbiamo chiamata “Giusta Italia” perché non basta aggiustare, bisogna costruire giustizia, promuovere dignità e libertà per tutte le persone. Bisogna realizzare un vero cambiamento non un semplice adattamento, bisogna impegnarci tutti, di più, per costruire il Paese che è già delineato dalle pagine della Costituzione. Il punto di partenza è costruire una società dei diritti garantiti a partire da quelli fondamentali come la casa, il lavoro, l’istruzione e l’assistenza sanitaria. Una società dove tutte le persone possano vivere in libertà e dignità, senza quelle disuguaglianze economiche – che io chiamo ingiustizie – e sociali incompatibili con la democrazia».

 

Quali sono allora i motivi di speranza per il futuro? Gli italiani su cosa devono fare affidamento in questi giorni di ripartenza?

«Futuro e speranza nel futuro si costruiscono nell’impegno qui e ora. Il tempo dell’impegno è sempre il presente, l’“adesso” di don Primo Mazzolari. Ma la speranza, come la libertà, è anche una responsabilità. Non dimentichiamo che la speranza o è di tutti o non è speranza, e che tutti dobbiamo impegnarci per costruirla insieme. Dobbiamo partire da chi fa più fatica. Dobbiamo andare incontro al futuro, non attenderlo arroccati nelle nostre ansie, nelle nostre paure, nei nostri pregiudizi, in certi meccanismi che non ci rendono liberi. Mi auguro fortemente che, superata questa emergenza sanitaria, non ci dimenticheremo la lezione che la lotta al virus ci ha insegnato: che per sconfiggere il male, qualsiasi male, bisogna cooperare, essere solidali, avere cura del bene comune senza abbandonare i deboli, i poveri, i diversi e i migranti. Credo che i mali sociali si nutrano degli egoismi e degli individualismi. Ma il male prodotto dagli “io” ci si ritorce contro. Solo il “noi” può darci sicurezza, speranza e futuro. Allora credo che occorra la prospettiva di un nuovo umanesimo».

Paolo Tomassone

Giornalista

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