Commento alle letture per la liturgia della V Domenica di Pasqua 

At 6,1-7; Sal 33 (32); 1Pt 2,4-9; Gv 14,1-12

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Nella notte decisiva, secondo il racconto di Giovanni, si va da un turbamento all’altro. L’impressione, di fronte a Gv 14,1-12, è che questo racconto proceda in maniera ellittica, attraverso un dialogo concitato, come accade tra persone sorprese, addolorate e sconvolte, in cui le emozioni prevalgono sui pensieri razionali, scompigliandoli.

Gv 13,21ss ha introdotto il tema di ciò che dovrà accadere nell’arco delle prossime ore. Pietro, per una volta, non è intervenuto direttamente (cf. Gv 13,24); gli altri faranno domande che preparano la dichiarazione di Gesù sulla propria identità (cf. Gv 14,6).

Due volte quindi, nel corso del c. 14, compare il verbo tarasso (vv. 1.27), che di per sé si riferisce prima di tutto a un movimento fisico, per esempio di acqua agitata (cf. Gv 5,7). Nei Vangeli compare soprattutto per evocare movimenti dell’anima: di Erode e Gerusalemme (cf. Mt 2,3), dei discepoli nel vedere Gesù camminare sull’acqua (cf. Mc 6,50), degli apostoli nel vedere il risorto (cf. Lc 24,38) di Gesù stesso di fronte alla morte di Lazzaro (cf. Gv 11,33) e poi in un’invocazione rivolta al Padre, che in qualche modo ci rimanda al Getsemani (cf. Gv 12,27).

Svelato dunque il tradimento e l’identità del traditore, poi inghiottito dalle tenebre, Gesù rende ora ragione di quanto è accaduto e di quanto accadrà. Costruito su una serie di verbi di movimento, l’inizio di questo c. 14 parla così di una partenza vicinissima e di un ritorno non precisato (la risurrezione? la parousia? o entrambe le cose?) che prelude a una comunione senza fine. Tale imminente assenza di Gesù innesca una presenza altra e invisibile, legata all’amore, il cui modello è il legame di Gesù con il Padre.

Una domanda di Tommaso serve finalmente per rivelare l’identità di Gesù: ego eimi he odos kai he aletheia kai he zoe (14,6). La presenza dell’articolo determinativo di fronte a ogni sostantivo e la costruzione paratattica grazie al polisindeto collocano i tre sostantivi sullo stesso piano, facendo pensare che il primo, he odos, sia il termine marcato e che gli altri lo esplicitino. Ovvero: «Io sono la via, cioè io sono la verità e io sono la vita», dove evidentemente il termine ultimo, «vita», non indica un essere nel tempo o una condizione biologica, ma la pienezza della vita in Dio.

I due termini dicono, in sostanza, in che senso Gesù sia la via, quella vera, che si identifica con la verità e la vita, ed è una via unica. Come precisa il v. 6b (di’emou), Gesù è l’unico mediatore per arrivare, la via esclusiva o la porta, come verrà detto al c. 10.

A questo punto, il tema centrale non è più il posto, come all’inizio del capitolo, ma la via che è necessario conoscere e che bisogna percorrere.

Se Gesù sta per affrontare il suo doloroso esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1) e si presenta solennemente come la via per compierlo, i suoi dovranno compiere lo stesso o un analogo percorso nel loro esodo personale.

Questa via ha un senso e un valore soteriologico ed escatologico: è la via di salvezza che porta a una meta di eternità e coincide con la verità della vita nel suo senso più pieno, della salvezza e della rivelazione.

Se si considerano le coppie via/verità e via/vita nel Primo Testamento, verrebbe da dire che la via coincide con la Torah (si veda per tutti il Sal 119). Dunque Gesù si autorivela come la Torah dei suoi e per i suoi, non nel senso moralistico di una serie di prescrizioni da osservare (senso che, del resto, la Torah non ha neppure nel giudaismo), ma di una realtà ultima che tuttavia accompagna il credente per tutta la vita, come un dono da vivere e da celebrare. La Torah come sentiero della vita (Sal 16,11).

Infine: il greco hodos corrisponde all’ebraico derek e indica la «strada» o il «sentiero», sia in senso proprio sia in senso metaforico. In ebraico, per esempio, vale anche «dottrina», «condotta», «modo di comportarsi», tutto quello che può regolare nel bene l’esistenza di una persona per condurla a una vita piena davanti a Dio, adesso e per sempre. Perciò Gesù può presentarsi come la stessa e veritiera strada della vita nella sua compiutezza.

Stefania Monti

Biblista

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