Commento alle letture per la liturgia della VI Domenica di Pasqua

At 8,5-8.14-17; Sal 65; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Due volte soltanto la parola «orfano/i» compare nel Nuovo Testamento: in Gv 14,18 e Gc 1,27. Il testo di Giacomo è sulla linea del Primo Testamento, dove vedove e orfani, assieme allo straniero residente (ger), sono considerati categorie sociali deboli da tutelare.

Difendere i diritti della vedova e dell’orfano, in particolare, che non sono protetti da un marito e da un padre, è insegnamento fondamentale della Torah e dei Profeti (cf. Es 22,21-22; Dt 24,17.19-21, 26,12-13; Is 1,17; Ger 7,6; Sal 146,9, solo per citare qualche esempio). Dio stesso si presenta come loro padre e giudice – a loro favore, evidentemente – in Sal 68,6, perché vivono nella precarietà, indifesi e soli.

Gv 14,18 presuppone queste connotazioni, ma ne aggiunge una che compare sia nella letteratura rabbinica sia in quella greca: orfano è anche un allievo privo del proprio maestro, oltre che il bambino privo dei propri genitori. I discepoli del resto, in quanto generati da Dio, sono nella condizione di figli, anzi di «figlioletti» (teknia), in Gv 13,33 e soprattutto nelle lettere giovannee (sette occorrenze in tutto), e «fanciulli» (paidia) amati. Gesù dunque non vuole lasciare orfani e indifesi i suoi o senza guida. Egli è già un parakletos, dato che ne promette un altro (14,16), ma promette soprattutto che verrà.

Questi pochi versetti sono infatti costruiti su alcuni verbi che si ripetono all’interno di un’inclusione, di cui il v. 18 è al centro.

In apertura e chiusura della nostra pericope (ai vv. 15 e 21 rispettivamente), con due versetti costruiti in forma chiastica e come un’ipotesi, si precisa che cosa sia l’amorese mi amate… i miei comandamenti custodiretechi ha i miei comandamenti e li custodisce… questi mi ama. Il linguaggio sembra quello tradizionale dell’osservanza delle miṣwot, che un ebreo conosce molto bene: «custodire» implica una vigilanza e una costante attenzione, un’adesione vitale e coinvolgente ogni aspetto dell’esistenza, nella gratitudine e nella benedizione.

Le due affermazioni poi, costruite come si è detto, sono facili da ricordare e da memorizzare. Ma soprattutto, e come ben sappiamo, esse dichiarano che l’amore non è un fatto affettivo, bensì un progetto di vita riconoscibile. Esso è stato enunciato dapprima al singolare (entolen kainen, Gv 13,34), ed è qui riproposto con lo stesso termine al plurale, perché molte e diverse saranno le modalità per vivere l’amore e certamente non tutte prevedibili.

Forse per questo c’è stata anche in precedenza una promessa di non lasciare gli apostoli del tutto indifesi (cf. Gv 14,13-14), ed era la promessa di non lasciar cadere qualsivoglia richiesta fatta nel suo nome. È questa pure una parola antica circa la forza del Nome (bәšem JHWJ, cf. Sal 118,10ss), che l’evangelista ripresenta in chiave cristologica. Già questa promessa è rassicurante, ma sarà rafforzata da quello che segue, ossia dalla venuta dell’altro Paraclito che deve custodirli e dalla venuta/ritorno di Gesù.

Se si tratti della parusia o della risurrezione, il testo non lo chiarisce: è probabile che si tratti di entrambe le cose. In contrasto con il «mondo» fintamente ordinato (kosmos) sta la promessa della vita (v. 19), quella vita piena che già si era vista al v. 6 di questo stesso capitolo nell’affermazione identitaria di Gesù: Io sono la via e la verità e la vita.

L’amore, del resto, è ordinato alla vita e con essa s’identifica: la Prima lettera di Giovanni lo chiarirà dicendo che chi non ama rimane nella morte e nella logica del peccato (cf. 1Gv 3,14).

Colui che è la via e la verità e la vita è anche colui che insegna ai suoi a vivere il comandamento che ha consegnato loro nella sua qualità di maestro e paraclito. Per questo 1Gv 5,12 può concludere in maniera lapidaria: Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.

Se è vero che un discorso d’addio contiene ciò che sta a cuore a chi lo pronuncia lasciandolo come un’eredità, abbiamo qui in pochi capitoli – e lo sappiamo – il concentrato dell’Evangelo. Ogni evangelista presenta il suo proprio. Giovanni, incentrato com’è sull’amore e sulla vita, si può incrociare con la Prima lettera, al di là di qualunque problema cronologico-redazionale o circa le eresie del tempo.

Stefania Monti

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