Liturgia etimologicamente significa «azione del popolo»; per cui, quando diciamo che riprende la «messa con la partecipazione del popolo», in realtà stiamo usando una tautologia…

Alla vigilia della ripresa della cosiddetta «messa con la partecipazione del popolo», a mio avviso sono necessarie due precisazioni: una d’ordine linguistico e una d’ordine teologico.

 

Usare correttamente i termini

La prima osservazione prende avvio dal nome liturgia che, come risaputo, etimologicamente significa «azione del popolo»; quindi il soggetto celebrante della liturgia è il popolo di Dio in quanto convocato dalla santissima Trinità, chiamato a visibilizzare la sua presenza di comunione di amore; l’espressione talvolta usata di «messa con partecipazione del popolo» o è semplicemente tautologica perché la liturgia implica detta partecipazione di per sé; o potrebbe risultare fuorviante.

La seconda considerazione è relativa a due termini, di cui facciamo normalmente uso: ministero ordinato e presidente della assemblea.

Il termine ministero ordinato è doppiamente relativo (e conseguentemente relazionale); infatti, ministero non è un termine assoluto come spesso, purtroppo, viene inteso dandogli rilevanza e dignità; esso va inteso, piuttosto, come servizio-a e implica quindi un destinatario cui è rivolto il servizio. Inoltre, ministero ordinato, oltre a designare un termine collettivo (ordo) va inteso anche come ordinato-a qualche cosa; nel nostro caso, il suo orientamento è riferito a una comunità.

Infine, il termine presidente dell’assemblea liturgica, che si è imposto soprattutto negli ultimi decenni per designare la figura del presbitero in quanto presiede la celebrazione, presuppone che ci sia una comunità cui presiedere, diversamente non si riesce a comprendere come si realizzi una presidenza se manca una comunità da presiedere.

 

Non un ornamento

La prima osservazione prende avvio da un dato ecclesiologico; la riflessione soprattutto postconciliare ha evidenziato che la Chiesa è tutta ministeriale; il che significa da un lato, che il ministero ordinato è espressione privilegiata della ministerialità ecclesiale, la quale in qualche modo compete a tutta la comunità in quanto chiamata a partecipare con i suoi carismi e ministeri alla realizzazione della Chiesa e della celebrazione liturgica.

Il ministero della presidenza va compreso a servizio della comunità, che partecipa nella molteplicità dei suoi ministeri: dalle processioni alla presentazione dei doni, dalla proclamazione della Parola al suo ascolto e alle acclamazioni, per non dire della preghiera dei fedeli…; il suo specifico è nel raccogliere la ministerialità di tutti verso l’edificazione del corpo del Signore. Il dialogo con l’assemblea, che si sviluppa nel corso della celebrazione, non è ornamentale, ma esprime il coinvolgimento pieno del popolo di Dio nella unità della comunità celebrante.

Venendo alla materia della celebrazione eucaristica ricordiamo, con la tradizione scolastica, che materia remota è il pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; quindi il pane in quanto è rappresentativo della creazione e della comunità, la quale con gioia porta alla mensa i frutti del proprio lavoro, disponendo il creato e la storia alla trasfigurazione verso la pienezza di Cristo.

La materia prossima è il convivio e quindi il ritrovarsi insieme a banchettare radunati nel nome del Signore risorto per farne memoria vivificante; la Parola di Gesù, con la forza del suo Spirito, dà la forma eucaristica al banchetto: le dense espressioni conviviali si prestano ad accogliere l’intenzionalità divina («questo il corpo dato-per…»)  che si rivela come autodonazione piena della vita di Dio alla sua creatura. Ritrovarsi insieme a banchettare per prendere parte della duplice mensa della Parola e del cibo eucaristico è quindi la modalità scelta da Gesù come ricapitolativa del dono della sua vita. 

Il memoriale liturgico attualizza nel qui ed ora della comunità celebrante ciò che Gesù compì nell’ultima cena insieme con i suoi discepoli; dall’altro lato, la liturgia propone una doppia epiclesi: la prima sul pane e il vino perché diventino il corpo e sangue del Signore; la seconda è fatta sulla comunità perché si trasformi nel corpo visibile del Signore; proprio la seconda epiclesi mostra chiaramente la piena implicazione della comunità nell’evento salvifico; diversamente, su chi dovrebbe scendere la seconda invocazione?

Da quanto detto comprendiamo come tutta la comunità è celebrante in quanto convocata nel nome della santissima Trinità; né sarebbe pensabile una riduzione privatistica dell’evento sacramentale.

Ciononostante, dobbiamo prendere atto che alcune ambiguità si sono inserite intorno a due espressioni elaborate soprattutto dalla scolastica: in persona Christi e in persona Ecclesiae.

Tutte e due sono state interpretate, rispettivamente, come se la persona del ministro ordinato sia da comprendere come capace d’impersonare Gesù Cristo e la Chiesa con la possibilità di prendere il posto sia di Gesù Cristo che della comunità. In verità è l’evento del Cristo che irrompe nella vita della Chiesa vivificando, con la forza del suo Spirito, i gesti della comunità celebrante e di chi la presiede perché si compia il dono dell’amore inesauribile di Dio. Il Risorto si dona nella forma eucaristica includendo la realizzazione del suo corpo e del corpo ecclesiale, corpo reale e corpo mistico uniti indissolubilmente secondo il linguaggio successivo alle dispute eucaristiche (De Lubac). Parimenti, agire «in persona della Chiesa» non va inteso come se il ministro ricapitolasse tutta la comunità fino a potere fare a meno di essa; piuttosto, il ministro esercita il compito di servire alla comunità al fine di salvaguardarla nella sua integrità, mettendo in comunione tutti i suoi carismi e ministeri.

Se questi fraintendimenti, purtroppo, hanno reso possibile la cosiddetta celebrazione privata della messa (divenuta quasi come una pratica di pietà), il rinnovamento conciliare ha portato la liturgia a riattingere alle migliori sorgenti bibliche, patristiche, teologiche della portata comunitaria di ogni celebrazione dell’eucaristia.

don Cosimo Scordato

Teologo

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