Commento alle letture per la liturgia della Ascensione del Signore

At 1,1-11; Sal 47 (46); Ef 1,17-23; Mt 28,16-20

dalla Rubrica de Il Regno La Parola in cammino

Una storia che finisce dove è incominciata: Matteo colloca la sua unica apparizione di Gesù ai suoi, dopo la risurrezione, in Galilea: quella Galilea delle genti (cf. Mt 4,15) dove, appunto, il ministero di Gesù aveva avuto inizio. Inoltre nell’annuncio in sogno a Giuseppe si diceva che il bambino si sarebbe chiamato, citando il profeta Isaia, «Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,23), e l’ultima parola di Gesù è «io sono con voi». A conferma del fatto che egli è la presenza di Dio in mezzo al suo popolo e che resta sempre con loro: un nome che è la chiave di lettura di tutto l’Evangelo secondo Matteo.

Il redattore costruisce così qualcosa di armonico e molto equilibrato. In questa ultima apparizione infatti sono molti i richiami all’intero Evangelo, benché in pochi versetti, e ci sono aperture che vanno oltre il già detto.

Il primo gesto dei discepoli è di profonda venerazione (proskynesis, v. 17), quel tipo di prostrazione, che, come sappiamo, si faceva nelle corti orientali ed era disprezzata dagli ebrei, perché confinava con l’adorazione religiosa. È l’atto di omaggio che i magi avevano riservato al bambino (cf. Mt 2,11), anticipando la rivelazione della sua identità.

Con essa però convive il dubbio (edistasan, v. 17) che è di alcuni di loro (oi de probabilmente è partitivo), ed è espresso da un verbo che ricorre, oltre che qui, solo in Mt 14,31, riferito a Pietro come oligopistos, «di poca fede». La condizione dell’essere di poca fede è come connaturata ai discepoli e cresce convivendo con la loro fede, come la zizzania cresce assieme al grano.

Può essere anzi la scuola e la garanzia di una fede costantemente purificata dal dubbio, che non diventa mai, in tal modo, una fede tappabuchi, ma una sofferta conquista, giorno dopo giorno, accettando anche le dure correzioni di Dio e della storia.

Gesù dunque è il Signore e maestro che sarà sempre con loro e con la sua Chiesa, fino alla fine dello aion, che non è una determinazione spaziale, ma piuttosto temporale. Come sappiamo, il termine indica il tempo che si dispiega nell’eternità. Quindi «fino alla fine del tempo», in una prolessi della parusia.

Matteo non promette un’ultima e definitiva venuta del Signore, dato che è e sarà qui per sempre. L’attesa di lui andrà perciò vissuta come ricerca e riconoscimento della sua presenza nei vari passaggi della storia.

Infine il mandato: colui che ha ogni potere può anche conferire un mandato a pieno diritto. Dal monte di Galilea Gesù consegna ai suoi la Torah, che essi devono tramandare. Devono insegnare a custodire (terein) tutto quello che «vi ho comandato» (28,20), ossia le miṣwot che Gesù, come Mosè, ha insegnato loro come luogo dell’alleanza.

Il tutto ha il sapore di una prolessi della parusia, appunto, che si gioca nel presente per ogni generazione di discepoli.

Il Kyrios è il nuovo Mosè che consegna non una nuova Torah, ma la rilettura che egli fa di quella del Sinai. Sancisce comunque così il fatto di instaurare un ordine nuovo con la sua costante presenza, in cui i suoi ricevono, con l’incarico e nonostante il dubbio, una nuova dignità.

Per contro Luca, che fa accadere tutto in solo giorno (cf. Lc 24), in At 1,6ss ci lascia una sorta di cronaca raccontando diversamente lo stesso mistero.

Dopo quaranta giorni in Giudea, a Gerusalemme, sul monte degli Ulivi dove, secondo Zc 14,4, apparirà il messia per l’ultimo combattimento escatologico, Gesù si congeda dai suoi per tornare a Colui che lo ha dato. Ma stando al redattore di Atti, Gesù non rivela tempi e momenti della liberazione d’Israele, assecondando la richiesta dei discepoli (cf. At 1,7), né dice se resta o se tornerà. Promette lo Spirito affidando un mandato di testimonianza, diverso da quello di Matteo.

I vv. 9-10 insistono sugli occhi e sullo sguardo degli apostoli e P. Tillich, in una sua omelia, commenta che essi, da quel momento, vissero di quello sguardo. Come forse avremmo fatto e faremmo anche noi. Né la nube infatti, che ratifica l’esodo di Gesù, né l’invito dei due uomini biancovestiti sembrano indurre a volgere lo sguardo altrove.

Stefania Monti

Biblista

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