Lezioni dal lockdown in una riflessione dell'ex generale dei domenicani, p. Timothy Radcliffe, all'Azione Cattolica di Carpi.

«Siamo stati afflitti da tre forme di isolamento»: siamo stati separati da parenti e amici, siamo stati separati dall’eucaristia, siamo stati separati dalla morte dei nostri cari. Ciascuna rappresenta un dolore e una perdita, eppure ciascuna «può trasformarsi in una nuova forma di comunità».

Fra Timothy Radcliffe, già maestro generale dei domenicani, autore e conferenziere apprezzato e amato in tutto il mondo, prende la parola – ovviamente in collegamento digitale dal convento di Oxford, nel quale è tuttora in lockdown – all’ultimo di quattro appuntamenti organizzati dall’Azione cattolica di Carpi sul tema «“Non temete!” Il dono della comunità, tra precarietà e ripartenze», e subito mostra che il tempo della pandemia non gli ha impedito di esercitare il suo sguardo penetrante, talvolta ironico, sempre profondamente misericordioso sull’uomo contemporaneo e sulla Chiesa chiamata alla comunione con lui. Ecco qualche appunto che ho preso.

La nostra stanza interiore

Questo tempo di isolamento, di chiusura nelle case, è stato talvolta distruttivo nelle relazioni familiari. Ma «in molti ci siamo confrontati con noi stessi, ci siamo fatti il film su chi siamo». Siamo entrati «nella cella della conoscenza di sé» (Caterina da Siena) e così abbiamo visto la persona reale amata da Dio, non la nostra immagine riprodotta sui social network. «In Dio ci confrontiamo con noi stessi, vediamo la nostra debolezza e fragilità e nello stesso tempo che siamo amati».

Una comunione allargata

Per tanti è stata una mancanza la messa, il non potere raccogliersi insieme e ricevere fisicamente il corpo e il sangue del Signore: la comunione spirituale non è sembrata sufficiente. Eppure, anche grazie alla trasmissione della messa in streaming, abbiamo riscoperto qualcosa: che «l’eucaristia è il sacramento della nostra comunione con tutti, non solo con i membri della nostra comunità locale»: con i vivi e i morti, con quelli che soffrono in Medio Oriente, con i migranti, con i senza tetto. Che è «il sacramento del Regno».

Il senso della morte

Questa pandemia «ha fatto calare il segno della morte sull’umanità», e solitudine, molti sono morti da soli. Ma a noi cristiani questo deve ricordare che dobbiamo guardare la morte negli occhi, non rifiutarci di piegarci al suo volere. Se abbiamo predicato la risurrezione, la morte è il momento di dimostrare di crederci davvero, come disse un confratello sapendola prossima. Perché «non è possibile separarci da Cristo».

L’isolamento della fede

C’è poi un quarto isolamento di cui fra Radcliffe ha parlato a partire quelli sperimentati a causa del COVID-19, ed è l’isolamento culturale di cui soffre la nostra fede. «Forse questa crisi può aiutarci a ritrovare il contatto con la società contemporanea, a trovare quali caratteri di essa possono coinvolgere anche la Chiesa». È un isolamento dal quale «dobbiamo evadere», facendo della Chiesa «una comunità di cercatori», che sanno che la pienezza della verità non è mai nelle loro mani, ma credono che essa ci chiami a viaggiare insieme. E che tutti i cercatori della verità possono essere nostri compagni di viaggio, perché «la nostra maggiore libertà è lasciarci portare dal vento dello Spirito».

Guido Mocellin

giornalista

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