Nell’arteria principale di una delle città più grandi dell’upper Midwest americano, Minneapolis, il 25 maggio 2020 si è consumato l’ennesimo atto di violenza gratuita e ingiustificata da parte della polizia durante l’arresto di un cittadino afroamericano. George Floyd era stato fermato con l’accusa di aver usato una banconota da 20 dollari contraffatta. Sul conto del poliziotto che ha soffocato George Floyd c’era già una serie di denunce per abusi di potere e uso ingiustificato di forza letale. Questo omicidio va ad aggiungersi a una lunga serie di altri omicidi di afroamericani da parte della polizia o su cui la polizia e il sistema giudiziario hanno chiuso gli occhi, se non peggio, negli ultimi 400 anni di storia americana.

Due novità hanno contribuito a scatenare la peggiore ondata di violenze urbane dal 1968 a oggi: il fatto che questo omicidio è stato interamente ripreso da una videocamera su telefono cellulare a distanza ravvicinata, e il contesto sociale e politico creato dalla presidenza Trump.

Già durante la presidenza Obama vi era stato un salto di qualità nella coscienza del paese anche grazie all’avvento delle telecamere portatili, con incidenti che avevano portato, per esempio, alle rivolte a Ferguson (Missouri) nell’agosto 2014. Allora la presidenza Obama, dalla difficile posizione del primo presidente afroamericano, aveva cercato di pacificare il paese.

Ora la presidenza Trump, caratterizzatasi sin dall’inizio come una risposta e una cancellazione della precedente, soffia apertamente sul fuoco, grazie a un’agenda che non è specificamente politica, ma razziale: lo slogan «Make America great again» ha sempre sottinteso, fin dalla campagna elettorale del 2015-2016, il ritorno all’America della «white supremacy», della supremazia bianca.

I toni usati da Trump non solo nei suoi tweet, ma anche nei discorsi in televisione anche dopo l’omicidio di George Floyd hanno mirato a dividere il paese, soffiando sul fuoco delle rivolte urbane e contribuendo a creare disordini in centinaia di città, molte delle quali sotto coprifuoco dalle sei di sera alle sei della mattina per giorni di seguito (come a Philadephia, dove vivo con la mia famiglia).

Il 2020 è un anno elettorale, come lo fu il 1968, quando i disordini in molte città americane contribuirono a eleggere Richard Nixon per il suo primo mandato: fu l’inizio di una divisione culturale e sociale nel paese che però Nixon, conscio dell’eredità del partito repubblicano di Lincoln, non intese mai in maniera apertamente razzista.

Non è chiaro quale sarà l’effetto di questi disordini sulle elezioni di novembre: le rivolte urbane si sommano alla pandemia e a una crisi economica che vede oggi un numero di disoccupati maggiore, paragonabile solo alla grande depressione iniziata nel 1929.

 

Mons. Gregory: Trump spregiudicato

La posizione in cui si ritrovano le Chiese americane, in particolare quella cattolica, è del tutto particolare visto l’intreccio tra religione e politica negli USA. Trump continua a godere dell’appoggio politico dei white evangelicals, il cui voto fu essenziale per la sua elezione nel novembre 2016.

È una posizione su cui rischia di scivolare parte dell’episcopato americano. A inizio maggio il cardinale Dolan aveva lodato pubblicamente la leadership del presidente Trump dal pulpito della cattedrale di St. Patrick a New York (dopo una telefonata del presidente con molti vescovi, per discutere dei finanziamenti alle scuole cattoliche).

Qualche giorno dopo, un’implicita risposta a Dolan era venuta dal cardinale di Chicago, Blase Cupich, in un articolo sulla rivista dei gesuiti America. Dopo l’uccisione di George Floyd, sia il comunicato della conferenza episcopale del 29 maggio, sia quello del presidente, José Gomez, arcivescovo di Los Angeles, denunciavano apertamente il razzismo sistemico nel paese, ma evitavano di menzionare il presidente Trump e le sue responsabilità.

Si facevano sentire anche le dichiarazioni del cardinale Joseph Tobin (Newark), Sean O’Malley (Boston) e di molti altri rappresentanti del mondo cattolico. Prevaleva il silenzio negli ambienti cattolici filo-repubblicani e noti per la loro opposizione a papa Francesco.

Il razzismo della presidenza Trump s’accompagna a un uso politico della religione ancora più strumentale del solito. Nella serata del 1o giugno, pochi minuti dopo aver annunciato che voleva un dispiegamento muscolare di forza militare contro le violente proteste che attanagliavano il paese, Trump faceva sgomberare manu militari (accompagnato dal ministro della giustizia, il cattolico ultraconservatore William Barr) una delle strade attorno alla Casa Bianca per farsi fotografare di fronte alla cattedrale episcopaliana con una Bibbia in mano.

Il 2 giugno avveniva, come da programma concordato con i Cavalieri di Colombo che gestiscono il sito, la visita al santuario nazionale San Giovanni Paolo II a Washington, D.C. Questa visita, ovviamente in favore di telecamera, provocava il nettissimo comunicato dell’arcivescovo di Washington, Wilton Gregory (uno dei pochi arcivescovi afroamericani) che criticava l’uso spregiudicato di Giovanni Paolo II da parte di un presidente che non si era fatto scrupolo a incitare alla violenza contro i manifestanti.

Non si era mai vista una presa di posizione simile da parte di un arcivescovo della capitale (scelto anche per la propria capacità diplomatica nei confronti dei palazzi della politica) contro il presidente in carica, ma anche implicitamente contro i Cavalieri di Colombo (uno dei gruppi finanziari e mediatici più potenti nella Chiesa cattolica degli USA).

Il 3 giugno prendeva la parola papa Francesco, prima con parole chiare contro il razzismo, facendo riferimento esplicito agli Stati Uniti e al caso di George Floyd, durante l’udienza generale del mercoledì: «Non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo o di esclusione e pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana». Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che “la violenza delle ultime notti è autodistruttiva e autolesionista. Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”».

Poi Francesco telefonava al presidente della conferenza episcopale, Gomez, e al vescovo di El Paso (Texas), Mark Seitz, uno dei più impegnati sul fronte della giustizia sociale, razziale, e per gli immigrati. Il 3 giugno era anche il giorno in cui il capo di tutte le forze armate negli USA, generale Mark Milley (lo stesso generale che in tuta mimetica ispezionava le truppe nel centro della capitale) indirizzava una lettera a tutti i corpi in cui ricordava ai soldati il loro dovere di servire la Costituzione degli Stati Uniti prima del presidente. La notte del 1o giugno il generale Milley e il ministro della Difesa avevano dovuto dissuadere il presidente Trump dall’usare l’Insurrection Act del 1807 che consente di usare l’esercito in servizio attivo nelle città americane.

Massimo Faggioli

storico e teologo

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