Pompili: re-immaginare, re-interpretare, re-inventare

Sul sito della Chiesa di Rieti si può leggere dal 31 maggio 2020 la nuova lettera pastorale del vescovo Domenico Pompili. Si intitola Come gli uccelli del cielo e riflette su come, a seguito del COVID-19, può cambiare il nostro modo di credere. Ne riproduciamo qui la parte finale.

E ora, dopo la pandemia che ci ha resi orfani delle certezze di sempre, giocate sul contatto e sulla relazione, che fare? Non c’è da spaventarsi né da rincorrere chissà quale prodigioso ritrovato pastorale. Si tratta di far tesoro di questi mesi difficili, cercando di dare continuità a quelle forme di prossimità che abbiamo sperimentato. Tre strade si aprono davanti a noi. A dire il vero, si sarebbero aperte, magari con più tempo, anche senza il coronavirus.

La prima è quella di re-immaginare l’evangelizzazione, oltre l’iniziazione cristiana e la catechesi degli adulti. Dobbiamo abbandonare i nostri obiettivi di proselitismo e andare in cerca di quelli che «vogliono vedere Gesù» (cf. Gv 12,21), anche se non si imbattono nei nostri percorsi ecclesiali. Abbiamo sperimentato che la gente cerca Dio anche fuori di noi. Non perdiamo l’occasione di cercare Dio anche noi fuori dalla porta della chiesa. E naturalmente nell’ascolto delle domande, delle ansie e delle attese delle persone che incontriamo.

La seconda è re-interpretare la liturgia. La liturgia eucaristica è il linguaggio più elementare e più potente, che tuttavia esige una serie di «condizioni»: il contatto, il riconoscimento e la gratuità. Ognuna di queste caratteristiche della liturgia è messa a dura prova dalle condizioni di «confinamento». Se dobbiamo sospendere il contatto (con la distanza), se dobbiamo ostacolare il riconoscimento (con la mascherina) e se alteriamo la gratuità (con le prenotazioni e l’ingresso regolamentato) dobbiamo capire che perdiamo i linguaggi più potenti che rendono «assemblea» un gruppo di persone. Il nostro «distanziamento» oggi è imposto dalla legge, per il bene comune. Ma talvolta lo abbiamo praticato da soli, quando vivevamo «a distanza» anche senza motivo, per abitudine o per freddezza. Forse quando torneremo a celebrare senza protezione, saremo capaci di diventare «comunità sacerdotale» (Lumen gentium, n. 11).

La terza via è re-inventare la carità, facendo più attenzione alla giustizia dei legami sociali, alla rettitudine dei processi economici, alla responsabilità nei confronti dell’ambiente comune. Ciò richiede di non limitarsi a «fare la carità», come pure è stato fatto dopo il terremoto e dopo la pandemia con investimenti importanti sulle persone da sostenere, sulle imprese da accompagnare e sui beni culturali da recuperare. È chiesto di condividere una lettura ragionata della realtà (come ad esempio nel recente Rapporto RiData 2019) per farsi compagni di viaggio di quanti intendono affrontare sul serio i nodi irrisolti del nostro territorio. E, finalmente, dedicare energie e risorse alla questione educativa che investe la scuola, sia quella statale che quella non statale.

Il coronavirus ha fatto saltare la routine e ci costringerà a cambiare, invece del «si è sempre fatto così». Così la fede smette di essere un’abitudine e diventa una scelta.

 

Domenico Pompili

vescovo di Rieti

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