Fra le molte prove che il popolo italiano ha dovuto affrontare in queste settimane va annoverata quella di non fare l’abitudine al numero dei morti per Covid19 e alla loro tragica impersonalità. Complessivamente, malgrado alcune pratiche quali affrettate cremazioni anonime, l’Italia ha dato prova di civiltà, non dimenticando che dietro ogni numero c’era un volto, una storia, una famiglia, affetti, relazioni, progetti, memorie… persone. Proprio questa dignità mai venuta meno davanti al mistero tragico della morte, che ci ha custoditi in umanità, impone però qualche riflessione in più, perché in Italia e nel mondo non si muore solo di Covid19, anzi…

Malgrado la rimozione di ogni discorso sulla morte nel dialogo comune e nel dibattito culturale, malgrado l’ospedalizzazione del morire che lo espunge dalla vita ordinaria, malgrado l’aver del tutto eliminato, tragicamente, la questione dal dialogo con le giovani generazioni (a tal punto che non si osa più neanche portare un bambino a un funerale), la gente muore. In Italia 647.000 nel 2019, nel mondo circa 60 milioni, 164.000 al giorno, 7.000 all’ora, 114 al minuto, quasi 2 al secondo. Il Covid19 non è la malattia che uccide di più né la più diffusa, anzi, ma la sua virulenza, che si spera possa essere contenuta a breve, e la sua vicinanza hanno scoperchiato il vaso di pandora, hanno mostrato ciò che per decenni l’occidente ha cercato di negare, relegando la questione “morte” alle statistiche per esperti o ai fatti di cronaca nera.

Limitando l’analisi al numero dei decessi direttamente riconducibili a malattie, i dati offerti nell’annuale report sulla salute mondiale prodotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono tristemente meritevoli di qualche riflessione (dove non dichiarato diversamente, i dati e le tabelle qui presentati sono tratti dal report WHO 2018 sul 2016).

Sul podio della tragica lista delle malattie mortali si trovano le ischemie cardiache, gli infarti, le infezioni alle vie respiratorie. Qualche numero assoluto rende meglio l’idea. Nel 2016, ischemie e ictus hanno provocato 15,2 milioni di vittime, la malattia polmonare ostruttiva cronica 3 milioni, il cancro ai polmoni 1,7 milioni. Le infezioni respiratorie inferiori sono rimaste le malattie trasmissibili più mortali, causando 3 milioni di morti in tutto il mondo. Le malattie croniche provocano ovunque un numero crescente di vittime. Il diabete ha causato 1,6 milioni (2,8%) di morti nel 2015, rispetto a 1,0 milioni (1,8%) di vittime nel 2000. I decessi dovuti alle demenze sono più che raddoppiati tra il 2000 e il 2015, diventando la settima causa di morte globale nel 2015. Il tasso di mortalità per malattie diarroiche è invece diminuito di quasi un milione negli ultimi quindici anni, ma ha comunque causato 1,4 milioni di vittime. Analogamente, il numero di decessi per tubercolosi è di 1,3 milioni di morti. L’AIDS non è più tra le prime dieci cause di morte nel mondo, avendo ucciso un milione di persone nel 2016 rispetto a 1,5 milioni nel 2000. Dall’inizio di gennaio a oggi il Covid-19 ha causato oltre 430.000 morti nel mondo.

I numeri diventano ancor più istruttivi quando sono analizzati secondo criteri geografici e sociali.

In Africa si muore ancora di AIDS (719.000 morti all’anno), di diarrea (652.000 morti), malaria (408.000 morti) tubercolosi (405.000 morti), complicazioni di parto (660.000 morti). Tutte voci non presenti nella tabella europea, semplicemente perché in occidente sono malattie facilmente guaribili (talvolta con una semplice visita in farmacia) o comunque controllabili (come il caso dell’AIDS). Un numero su tutti mostra la differenza: in Italia la mortalità delle madri per complicanza al momento del parto è 1 su 20.300, in Ciad 1 su 15, in Somalia 1 su 16. In Europa invece, sempre nel 2016, 481.000 persone sono morte per demenza (malattia spesso connessa con l’età anziana, età che in Africa si raggiunge solo raramente) mentre 179.000 sono i morti dovuti al diabete, malattia correlata all’ipernutrizione che caratterizza l’occidente. Se si concentra l’analisi sui bambini minori di 5 anni, si scopre che nel 2016 in Africa sono morti 323.000 neonati per complicanze di parto, 278.000 bambini di malaria, 255.000 di dissenteria, 173.000 di infezioni neonatali, 140.000 per malattie connesse alla malnutrizione.

Diseguaglianze e storture non sono però rilevabili solo a livello continentale. Nell’Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello di istruzione 2019 si dichiara che “le persone meno istruite di sesso maschile mostrano ovunque una speranza di vita alla nascita inferiore di 3 anni rispetto alle persone più istruite; nelle regioni del Mezzogiorno, indipendentemente dal livello di istruzione, i residenti perdono un ulteriore anno di speranza di vita.”. Negli Stati Uniti, l’indice di rischio di morte per parto per le donne afroamericane è quasi quattro volte superiore a quello delle donne bianche non ispaniche.

Davanti a questi numeri, a queste persone, il sussulto di umanità che, fortunatamente, abbiamo sperimentato in questi mesi, chiede di essere custodito e rafforzato. Potrebbe essere uno dei pochi e costosi guadagni in questa tragica vicenda. Sarà possibile nel prossimo futuro approcciare i numeri della morte con lo stesso pudore e rispetto, anche quando riguarderanno i morti per infarto, tumore, demenza o diabete? Cosa cambierebbe nel mondo della comunicazione, in ambito sanitario, nella ricerca e nell’industria farmaceutica, nel dibattito sulle politiche sanitarie, se tutti gli attori coinvolti intravvedessero nei numeri i volti e le storie di persone, di uomini e donne, di bambini e anziani? Il tasso di umanità con cui si affrontano dati e problemi può cambiare non poco il modo con cui si gestiscono e le scelte che si prendono.

Infine, la triste lista dei numeri delle malattie letali mostra che neanche la morte è uguale per tutti: ci sono le malattie dei ricchi e quelle dei poveri. Alcuni muoiono perché la scienza non ha ancora trovato farmaci e vaccini, altri perché il sistema economico non permette che i malati siano curati con i rimedi efficaci che già esistono. Decine di migliaia di morti pesano, ogni giorno, direttamente sulla coscienza dell’umanità. Proprio perché, giustamente e doverosamente, abbiamo preteso di sentire ogni giorno i numeri dei morti per Covid19, non dovremmo chiedere altrettanto davanti allo scandalo immondo di 700 bambini africani che ogni giorno (da sempre, non da tre mesi) muoiono per una banale dissenteria? Non dovremmo aprire i nostri giornali con i nomi dei 1100 morti quotidiani (quasi uno al minuto) per tubercolosi? Non dovremmo seguire appassionatamente la ricerca per un vaccino per la malaria e pretendere che tutti i laboratori del mondo si mettano al lavoro per ridurre i 1000 decessi quotidiani? E poiché i titoli dei giornali non bastano, anzi alla lunga potrebbero generare un paradossale effetto anestetico con cui fisiologicamente ci si difende da carichi emotivi eccessivi, non dovremmo pretendere un’attenzione davvero efficace a questi immani tragedie, grazie a elaborazione più organiche e socio-culturalmente mediate, capaci di generare comprensioni più profonde e responsabilizzanti?

Davanti ai morti per Covid19 ci siamo ricordati di essere umani; varrebbe la pena esserlo sempre.

Don Andrea Ciucci

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